"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 16 marzo 2017

E se provassimo a "riciclare" gli NPL?

di
Luciano Martinoli


L'attuale "smaltimento" dei crediti non esigibili ricorda le più inefficienti pratiche adottate fino a qualche decennio fa nel caso dei rifiuti fisici. Si può fare di meglio?

Gli NPL (Non Performing Loans) sono quei crediti bancari, difficilmente esigibili per vari motivi, accumulatisi nel periodo della crisi.
Il loro “smaltimento” deriva dalla necessità di liberare la loro presenza dai bilanci delle banche perchè li “intossica”, impedendo erogazione di ulteriore credito. 
Dunque ci si trova davanti ad una vera e propria problematica di “gestione dei rifiuti” finanziari che al momento viene affrontata nel modo più banale possibile: la loro vendita ad operatori specializzati.

Se è così, ovvero consideriamo gli NPL come rifiuti finanziari, perché non cercare di imparare qualcosa dal settore dei rifiuti fisici per migliorarne il loro trattamento a beneficio della banca e dell’ambiente di business ovvero aziende, consumatori, economia in generale?

venerdì 24 febbraio 2017

Aumento di capitale ok … Ma poi?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per aumento di capitale unicredit 2017


Ovviamente mi riferisco al caso Unicredit. Su cosa accadrà poi un problema rilevante lo individua Alessandro Graziani oggi sul Sole24Ore…

Dipendenti, Risparmiatori e Clienti di Unicredit tirano un sospiro di sollievo. Così come azionisti e obbligazionisti.
E il futuro? Se guardiamo al Business Plan che Unicredit espone sul suo sito e datato 13 dicembre 2016 non vi sono elementi che permettono di rispondere a questa domanda. Questo fatto segna la cifra di anomalia del caso banche: a quale altra tipologia di impresa viene concesso un aumento di capitale di tale portata senza che essa dia indicazioni scientificamente accettabili su cosa farà nel futuro? Nel caso di Unicredit l’anomalia è particolarmente … anomala … perché l’aumento di capitale non sembra destinato ad investimenti, ma a coprire perdite.
Alessandro Graziani sul Sole24Ore di oggi sostiene che si tratta dell’aumento di capitale “definitivo”. Ma, poi, egli stesso, si pone una questione “drammatica”: sarebbe bene interrogarsi su come sia stato possibile cumulare negli anni così tanti crediti in sofferenza”.
Provo ad affrontare questa questione che certamente permette di immaginare qualcosa sul futuro di Unicredit.
Innanzitutto osservo che le ragioni per cui sono aumentati i crediti inesigibili avrebbero dovuto essere spiegate nel Business Plan. E, soprattutto, il Business Plan avrebbe dovuto spiegare cosa intende fare la banca per evitare che si riformino. E questo non tranquillizza.
Ma c’è qualcos’altro che non tranquillizza. E non riguarda solo Unicredit. La ragione per cui non si non parla di questi problemi è perché pensa che non ci possa fare nulla. Purtroppo si pensa che i crediti inesigibili siano solo il frutto della crisi economica che, a sua volta, è generata da eventi fatali (dal Fato stesso a Giove Pluvio incazzato, forse è bastato anche solo un dio minore capriccioso), quindi fuori dalla portata dell’umana capacità di intervento. Per cui la strategia vincente è “ha da passà a nuttata”.
Ma non è vero! La crisi economica è somma della crisi di tante imprese i cui prodotti sono diventate commodities e costringono le imprese a battaglie di prezzo insostenibili. Tanto è vero che molte imprese i cui prodotti non sono diventati banali commodities hanno prosperato anche durante la crisi. Occorre allora mettere in discussione la capacità di valutazione delle banche. Io sostengo (e mi piacerebbe un dibattito pubblico sul tema) che le banche in generale non dispongono delle risorse cognitive necessarie a valutare  le imprese in periodi di grandi cambiamenti.
Allora il futuro, dopo la capitalizzazione, dipenderà certamente dal fatto che Unicredit (ma anche il futuro delle altre banche dipenderà da questo) abbia voglia o meno di dotarsi delle risorse cognitive che permettano loro di fare un salto di qualità nella capacità di valutazione delle imprese. Se questa voglia non ci sarà, allora saremo nei guai. Dico “saremo” perché il peso dei guai ricadrà sulla collettività tutta.
A rafforzare i dubbi che vengono dal tentar di rispondere alla questione posta da Alessandro Graziani occorre osservare che anche altre questioni chiave, che hanno a che fare col futuro, non sono state affrontare dal Business Plan definito prima dell’aumento di capitale. La principale è: quali tipi ci conoscenze e metodologie di cambiamento intende usare Unicredit? Quelle tradizionali di “Change management” che sono fatte apposta per generare resistenze al cambiamento (quindi disastri commerciali ed organizzativi) o vuole attingere ai risultati che rendono disponibili le scienze naturali ed umane?

Concludendo: meno male che l’aumento di capitale è stato sottoscritto, ma tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero chiedere ad Unicredit di rassicurarci che non ne avrà bisogno di altri. E la rassicurazione dovrebbe, almeno (perché ce ne sarebbero molte altre), partire dalle risposte alle problematiche che, partendo dal dubbio di Alessandro Graziani, sono state sollevate in questo post.

giovedì 9 febbraio 2017

Cosa c'è di scandaloso nei piani delle banche?

di
Luciano Martinoli


Dal nostro rapporto sui Business Plan, quest'anno focalizzato sulle banche, emerge un quadro ancora più inquietante di quanto la stampa racconti a proposito delle numerose tornate di ricapitalizzazione. purtroppo nessuno ne parla. Questo significa che tutti dovranno tornare a mettere mano al portafoglio ...

Il nostro consueto rapporto annuale sui Business Plan quest'anno si è concentrato sulle banche commerciali vigilate dalla BCE. 
Il perchè di questa scelta risiede nell'importanza che il sistema bancario riveste in qualità di infrastruttura di sviluppo del nostro sistema economico. 
Il sistema bancario è impegnato in progetti di aumento di capitale (finalizzati alla gestione degli asset problematici, come NPL, titoli illiquidi, al rafforzamento patrimoniale e all’espansione della capacità di credito) che, certamente, non sono banali come la tabella sottostante rivela.


Considerando gli importi richiesti, e la frequenza delle ricapitalizzazione, c'è da essere preoccupati, e anche molto. Infatti appare evidente che dal 2010, chi più chi meno, quasi ogni banca si è mangiata (o gli è stato eroso) parte del patrimonio.
Saranno i recenti aumenti di capitale, alcuni fatti con intervento pubblico, davvero gli ultimi?
La via maestra non è quella di chiedere a questo o quel politico assicurazioni in merito (nessuno ha la sfera di cristallo) ma è quella di valutare i piani di redditività delle banche al fine di verificare se vi sono descritte, in modo circostanziato, attività credibili per aumentare la redditività delle banche e così mantenere, se non addirittura aumentare, il proprio patrimonio.

Ecco allora che siamo andati a valutare, con il nostro sistema di Rating, la qualità dei Piani di Redditività contenuti nei Business Plan. Questa volta però, prima ancora di cimentarci nell'esercizio di Rating, abbiamo voluto aggiungere una misura di "livello di significatività", ovvero la risposta alla seguente domanda: i Business Plan contengono un livello minimo di informazioni che consentono un giudizio (Rating) sul piano di redditività?
La risposta, e da quì lo "scandalo", è no!

Di fatto tutti i piani sono appiattiti sulla dimensione patrimoniale. 
Quei pochi elementi che riguardano come aumentere la redditività evocano una immagine di fare banca sempre uguale a se stessa, con qualche spolverata di "innovazione" (le tecnologie), l'immancabile taglio costi, la focalizzazione sul settore retail e poco altro. Progetti di futuro imitativi e conservativi che, come l'esperienza insegna e la teoria conferma non possono portare ad alcun aumento di redditività.  temiamo fortemente che tutto questo porterà le banche verso continue nuove ricapitalizzazioni. Salvataggi che si rincorreranno gli uni agli altri.

Come sempre, nello spirito dei nostri rapporti, non ci fermiamo alla denuncia dei guai, ma rischiamo una proposta. Essa parte dalla constatazione che l'incapacità progettuale (perchè è di questo che si parla) è generata dal fatto che le conoscenze di cui dispone la classe dirigente bancaria sono inadeguate alle sfide del XXI secolo. Se così è, allora la proposta è evidente: occorre fornire nuove risorse cognitive alle classi dirigenti bancarie perchè riescano a sostenere la responsabilità collettiva di un "pubblico" risparmio da valorizzare e del credito all'economia reale da veicolare nella giusta dimensione dello sviluppo (e non della sopravvivenza delle aziende).

domenica 8 gennaio 2017

Alitalia: se non si conosce come si fa ad investire?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per alitalia salvataggio

Mi riferisco ad una notizia dentro la notizia. La notizia “madre” è che Alitalia deve essere salvata un’altra volta. La notizia “figlia” è che Unicredit e Intesa San Paolo stanno valutando se convertire i crediti in azioni. Della notizia figlia voglio parlare: come fanno queste banche a valutare se mancano le informazioni strategiche essenziali?

Quando si decide di investire (non fa grande differenza tra debito e capitale) lo si fa valutando la capacità futura di generare economics dell’impresa in cui si investe.
Cosa permette di capire se una impresa genererà economics nel futuro? Beh le si chiede cosa vuol fare e se ne valuta l’impatto sui conti. Bene e come si fa a capire che impatto sui conti hanno le cose che vuole fare una impresa?
Servono due “informazioni strategiche”.

La prima è la definizione precisa delle unità di business nelle quali è impegnata l’impresa. Nel caso dell’Alitalia vi dovrà essere un cambiamento nella definizione delle Unità di Business. Se questo cambiamento non c’è sarà difficile che, continuando a fare le stesse cose, cambiano i risultati. Ora andate sul sito dell’Alitalia e cercate: modello di business. Ah “Modello di business” è l’espressione di moda con cui si indica la definizione del Business. Ovviamente non trovate nulla. Il sito dell’Alitalia “capisce” solo la voce “modello” e parla dei diversi “modelli” nel senso di “moduli”. Più esplicitamente se cercate il/i modello/i di Business di Alitalia trovare tanti moduli. “Richiesta di rimborso dei bagagli è il primo”. Mi si dirà che non pubblicano la loro definizione del Business per riservatezza. Bene, banalmente non ci credo. Penso che non sappiano neanche cosa sia la definizione del Business.

Ma la descrizione precisa delle unità di business è solo necessaria, ma non è sufficiente. Va completata con il posizionamento strategico di ogni unità di Business. E’ il posizionamento strategico che permetterà di capire se, attraverso quella Unità di Business con quello specifico posizionamento strategico l’impresa riuscirà a generare economics. Sarà anche il posizionamento strategico nelle segrete carte? Oppure, come penso, il posizionamento strategico è un “carneade economico” avvolto dal mistero, anche se indispensabile.
Arrivando alle nostre due banche più importanti, la domanda è lecita: ma se non hanno la futura definizione del/delle Unità di Business di Alitalia, e il conseguente/i posizionamento/i strategico/i, in base a cosa valutano. Spero che la risposta non sia: valutano la modalità tecnica della conversione dei crediti in capitale …

giovedì 29 dicembre 2016

Il capannone, il grattacielo e il progetto

di
Francesco Zanotti

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Tempo fa scrivevo… http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/2014/06/la-maledizione-del-capannone.html “Non si contano le imprese che sono fallite o sono in profonda crisi a causa di capannoni che hanno costruito e che non hanno saputo o non sanno pagare.
Colpa della crisi? No: causa della crisi.
Troppi capannoni sono stati costruiti senza alcuna progettazione strategica. Cioè senza rispondere alla domanda: il mio posizionamento strategico mi permette, mi richiede un nuovo capannone?
Si sono costruiti capannoni su speranze ingenue, su sogni di gloria banali, per autorappresentazioni infantili.”. Oggi tutti hanno davanti agli occhi un grattacielo …

Nessuno ha il coraggio di dirlo. L’ammetterlo vorrebbe dire ammettere il fallimento di una intera classe dirigente manageriale e di una  folta schiera di esperti e di giornalisti.
Nessuno lo vuole neanche sussurrare, ma la prossima puntata della crisi del sistema bancario sarà Unicredit. E guarda caso, anche Unicredit ha appena finito di costruire il suo “capannone”: un grattacielo delle meraviglie che sembra sempre più … come il capannone dei tanti imprenditori di cui scrivevo.
Avendo il coraggio di dire che il prossimo problema sarà Unicredit, faccio solo disfattismo? No! Continuo a proporre l’unica vera soluzione che nessuno vuole neanche discutere perché non lo sa fare. Certo sono indispensabili gli aggiustamenti patrimoniali per le banche. Ma, perché abbiano senso, occorre che le banche ridiventino redditive. Per riuscirci debbono sviluppare progetti alti e forti che non possono essere solo “ristrutturazioni” (leggi: eliminare persone e sedi). Ma devono contenere proposte di servizi radicalmente nuovi per un nuovo ruolo sociale del “fare banca” che vengono erogati da organizzazioni altrettanto nuove. Il problema è che per arrivare a poter discutere di progettualità strategico-organizzativa occorrono conoscenze che non sono nella disponibilità né di manager bancari né di economisti e giornalisti.
Ed allora si continua a buttar risorse in colabrodi che non sanno come chiudere i loro buchi di redditività. Lo ripeto: e lo si fa solo non perché la situazione sia particolarmente critica, ma solo perché non si vogliono usare le conoscenze necessarie esistenti… E’ etico tutto questo o irresponsabile?
Almeno consola che Unicredit possa ancora immaginare di venderlo il suo capannone (ops: grattacielo). Che ne dite: a qualche fondo sovrano medio orientale? Beh forse no … sembra molto simile alle illusioni dei piccoli imprenditori di provincia la cui unica speranza rimane qualche cavaliere bianco dalla generosità incomprensibile.

lunedì 22 agosto 2016

Le radici profonde dei mali del sistema bancario italiano (e non solo)

di
Luciano Martinoli


Il New York Times del 18 agosto lo titola in maniera molto chiara: Le banche italiane continuano a prestare soldi ad aziende immobili (stagnant) mentre la pila dei debiti si accumula.
La notizia prende spunto dalla linea di credito concessa a Feltrinelli da Unicredit e Intesa per un totale di 50 milioni di euro (alle migliori condizioni di mercato). ricordando che l'azienda ha messo in fila tre anni di seguito di perdite per un totale di quasi 11 milioni di euro. Pare che lo stesso trattamento di favore sia stato riservato a Benetton. 

Da tempo indicavamo ripetutamente che il problema dei crediti deteriorati doveva essere affrontato a monte, altrimenti una volta smaltiti si sarebbe ripresentato. Ora se ne è accorto anche il prestigioso quotidiano americano che cita uno recente studio dal quale si evince che le principali banche italiane, "note per essere le più deboli dell'eurozona in termini di riserve di denaro" cita testualmente l'articolo, hanno incrementato i loro prestiti alle aziende più in difficoltà del paese. 

A rincarare la dose viene citato anche il Fondo Monetario Internazionale che stima la dimensione dell'ammontare dei cattivi prestiti italiani in 360 miliardi di euro, cioè circa un terzo del totale dell'eurozona, affermando che qualsiasi miglioramento della situazione debitoria sarà di breve durata.

La ricerca conclude che "al cuore del problema vi è un legame del credito bancario inerte ad aziende inerti che ha "tenuto il coperchio" sulla ripresa della economia italiana". Il fenomeno richiama alla mente il ciclo di prestiti zombie giapponese iniziato nel 1990, così chiamato perchè teneva in vita aziende che, in assenza del sostegno bancario, sarebbero morte (dunque senza capacità autonome di sopravvivenza; situazione che avevamo già evidenziato in un nostro post precedente).

Che dire di più se non ripetere ciò che da sempre sosteniamo (e che recentemente abbiamo riassunto in uno scenario di sviluppo del sistema bancario)?

Le banche, e non solo quelle italiane, devono imparare a capire se i loro soldi produrranno quei flussi di cassa che consentiranno sia di remunerare il loro servizio sia di sviluppare le aziende. E' lì che si annida il nodo gorghiano da sciogliere per risolvere tutti i loro problemi; npl, redditività, valutazione di borsa, esuberi personale, ecc.
Il loro business, di limitarsi a valutare merito di credito passivamente, è lo stesso del millennio scorso: obsoleto e dunque inadeguato al nuovo contesto economico, come d'altronde le loro prestazioni dimostrano. Esse devono passare a stimolare e giudicare in autonomia, non attraverso relazioni o agenzie di rating,  quella progettualità strategica che è l'unica strada per valutare il possibile sviluppo di chi prende i loro soldi (che poi, alla fine, sono pure i nostri). 

Parlare di altro, come colpevolmente si ostinano a fare la politica, il sistema bancario stesso e i media, è solo un modo per rimandare i veri problemi alla radice della nostra situazione economica e tenere il coperchio su questa vergognosa non volontà, o incapacità, di affrontarli. 


domenica 26 giugno 2016

Brexit e sistema bancario

di
Francesco Zanotti


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Oggi sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi sostiene che il sistema bancario nel suo complesso deve essere sostenuto con un’iniezione di 40 Mld.
George Soros sostiene che il nostro sistema bancario è in crisi conclamata. A Bruxelles si scommette sul fatto che  l’Italia prima o poi dovrà chiedere aiuto al meccanismo Europeo di stabilità.
Io ho appena finito il disegno di uno scenario possibile di sviluppo del sistema bancario del quale pubblico l’introduzione. Vi sono argomenti forti per dare ragione ai pessimisti forti …

Le banche: intermediari di sviluppo o di guai?

mercoledì 25 maggio 2016

Unicredit: nuovo CEO e conservazione

di
Francesco Zanotti

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Ieri hanno dimissionato il dott. Ghizzoni. Da l’altro ieri si cerca un nuovo CEO.
Ma quali sono le sfide strategiche che dovrà affrontare?
Secondo Alessandro Graziano sul Sole24Ore di oggi sono l’aumento di capitale e la strategia paneuropea che, poi, è un modo per evitare un aumento di capitale vendendo asset europei.
Dobbiamo dire chiaro e forte che queste sono sfide di conservazione. Servono a continuare a fare banca come prima. E questo non è più sostenibile: costerebbe troppo alla collettività e non servirebbe a nulla.
La vera sfida è quella definire un nuovo sistema di servizi ed un nuovo ruolo sociale per la banca. Per fare questo servono nuove conoscenze rispetto a quelle disponibili nel sistema bancario. Non è mai esistita un strategia di innovazione senza nuove risorse cognitive. Quali sono? Innanzitutto le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità del sistema bancario.


giovedì 11 febbraio 2016

Banche al tramonto?

Colonne d'Ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di "fondamentali"
dell'economia e della finanza migliori (o uguali?).

di
Luciano Martinoli



Da tutte le borse mondiali arrivano segnali di sfiducia, seppur altalenanti, verso le banche. E questo nonostante le prestazioni di alcuni campioni del settore, a parte alcune eccezioni, siano ottime; dalla nostrana Unicredit (1,7 miliardi di utili) alla Citigroup americana (17 miliardi di dollari di profitto l'anno scorso).
Perchè?

sabato 5 dicembre 2015

Ma serviranno a qualcosa gli "stimoli" della BCE?

Colonne d'Ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di "fondamentali"
dell'economia e della finanza migliori (o uguali?).

di
Luciano Martinoli



E' di oggi la notizia del prolungamento e allargamento delle misure di quantitative easing, orientate allo stimolo dell'economia reale, da parte della BCE. Al proseguire di tali misure, che neppure negli Usa che hanno iniziato tali pratiche ben prima di noi hanno totalmente raggiunto l'obiettivo, c'è da chiedersi se saranno realmente efficaci. In termini più generali la domanda che sorge legittima è: la BCE sta indirizzando il vero problema all'origine del mancato sviluppo o causa, inconsapevolmente, altro (ad esempio l'ipertrofia della finanza la quale ormai è fortemente disaccoppiata dall'economia reale, come il suo sviluppo, coincidente con la crisi di quest'ultima, sembra dimostrare)? 

sabato 7 novembre 2015

Dove stanno andando le Banche?

...e dove invece potrebbero andare? 
L'evidenza di un paradosso
di
Luciano Martinoli



Si moltiplicano gli annunci e i segnali di prossimi massicci licenziamenti nel settore bancario nonostante vengano annunciati, nello stesso tempo, risultati positivi o progetti per migliorarli.
Un recente articolo di una rivista on line parla di 12.000 esuberi solo da parte di Unicredit, anche se per vendita di asset, ai quali si aggiungono i 1800 circa che salteranno fuori dal risiko delle popolari.
I sindacati poi hanno fatto una stima che dal 2000 ad oggi sono state prepensionate 48.000 persone e altri 20.000 esuberi sono previsti nei prossimi 5 anni. 
Quale è il significato strategico di questi dati e quali considerazioni possono essere fatte?

mercoledì 13 maggio 2015

L’Italia fa crescere Unicredit ????

di
Francesco Zanotti


Così titolava un articolo del Sole di oggi…
Mi scuserà il lettore se inizio questo post con una provocazione … Ma se è l’Italia che riparte (anche se non è vero) e questo genera la crescita di Unicredit (e di molte altre banche), che ruolo hanno i loro manager pagatissimi?
Qualunque manager si metta al posto loro otterrebbe gli stessi risultati.
Battuta, sì. Ma solo fino ad un certo punto.
Indica una mentalità: le banche (ma purtroppo anche troppe imprese) stanno ad attendere la ripresa. Imprese “imprenditoriali” e non burocrazie dovrebbero fare il contrario.
Quando si è scatenato il miracolo economico, si è fatto il contrario: sono le imprese che hanno creato l’Italia…
Dobbiamo tornare a pensare al modo degli imprenditori di allora. Ma oggi sembra tutto scoperto, mi si obietterà … Non manchiamo di nulla …
Non è vero: oggi le potenzialità di sviluppo sono più intense di allora.

Gli imprenditori, però, devono volerle vedere …