"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 15 ottobre 2015

Per rilanciare la domanda: progettualità profetica

di
Francesco Zanotti

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Stamattina sulla prima pagina del Sole 24 Ore Fabrizio Galimberti cerca di capire come rilanciare una domanda che langue. E la sua risposta è: fare in modo che la gente abbia in tasca più soldi.
Mi sembra una soluzione conservatrice. Che rischia addirittura di allargare ancora di più il gap tra finanza ed economia reale.
Proviamo a guardare da un'altra parte, allora.
La domanda è fredda perché i prodotti offerti interessano sempre di meno. Tanto è vero che alcuni prodotti vanno alla grande, anche se i soldi in tasca alla gente sono pochi. Detto diversamente: se i prodotti interessano, si fanno anche sacrifici per acquistarli. Se qualcuno si ricorda i tempi del nostro Boom economico, compravamo la Cinquecento (e tanti altri prodotti) non perché eravamo ricchi. Ma perché facevamo sacrifici per comprarli. E facevamo sacrifici perché questi prodotti erano “profetici”: erano Segni di una nuova società. Comprandoli si entrava in una nuova società.
Il Boom economico, poi, ci ha fatto diventare ricchi (e lo dimostra la quantità di risparmio degli italiani). Ma siamo diventati ricchi perché i nostri imprenditori hanno immaginato prodotti profetici.
Vogliamo rilanciare la domanda? Chiediamo agli imprenditori di tornare ad essere profetici.
Ma la finanza che c’entra? C’entra perché se date più soldi alla gente, ma non ci sono prodotti interessanti, questi finiranno nel risparmio. E che c’è di male? Che il risparmio cadrà nelle mani di finanzieri che non sanno cosa significhi investire nell’economia reale. Non sono banditi, sono solo sciocchi. Ed useranno i risparmi per gonfiare l’economia di carta. Invece di prodotti profetici avremo mucchi di carte che se qualche Banca Centrale non provvede a comprare avranno solo il valore della carta su cui sono scritti. Poiché non sono più scritti neanche sulla carta, neanche quel valore avranno.

Coraggio imprenditori, tornate a fare i profeti altrimenti dalla crisi non ne usciamo.

domenica 30 giugno 2013

La nostra manifattura è in affanno esistenziale

di
Francesco Zanotti

La tesi che voglio illustrare è che l’attuale sistema delle imprese è in affanno esistenziale. Sta perdendo inesorabilmente la sua funzione, sia esistenziale che funzionale. Le alternative sono: mantenerlo vivo artificialmente o attivare un processo di trasformazione profonda. Purtroppo oggi tutte le politiche che si stanno immaginando (ma non attuando) mirano a mantenerlo vivo artificialmente.
Ecco la tesi … prossimamente proverò a indicare cosa si può fare subito ed efficacemente sul breve.

Innanzitutto, nelle società avanzate, sta emergendo una nuova antropologia (il desiderio di una modalità di vita e di socialità diverse) che sta, sempre di più,  facendo perdere di significato, sia esistenziale che funzionale, ai prodotti attuali delle imprese manifatturiere. Il prototipo di questa perdita di significato e funzionalità è costituito proprio dall'autoNell'immaginario soprattutto delle nuove generazioni, non è certo lo strumento di auto-realizzazione (significato esistenziale) che aveva la 500 per la mia generazione. Di più: il tipo di auto che si produce ha ancora struttura e prestazioni (significato funzionale) che non sono adatte alle densità attuale di veicoli, alla struttura delle città, alle condizioni complessive del traffico. L’auto rimane mito, forse, nelle generazioni adulte, ma questo non basta a frenarne la perdita complessiva di significato e funzionalità.
La perdita di significato esistenziale e funzionale dell’auto si riproduce nella stessa perdita di significato di molti altri oggetti costruiti dalle attuali imprese manifatturiere.

mercoledì 20 marzo 2013

Il futuro della Cina e l'Italia come "Terra di mezzo".

Due punti di vista autorevoli, ma opposti:
Edward Luttwak e Zhang Weiwei

di 
Cesare Sacerdoti


La straordinaria crescita economica e le ottimistiche prospettive almeno nel breve-medio termine, fanno della Cina uno dei grandi player mondiali, la cui influenza è in costante ascesa sia dal punto di vista economico e finanziario, sia da quello politico.
Dal punto di vista economico, la Cina è oggi contemporaneamente una forte minaccia e una straordinaria opportunità per l’industria occidentale e per quella italiana in particolare: minaccia perché la sua concorrenza si fa sentire ormai in ogni settore industriale e non solo per il livello dei prezzi, ma anche per la qualità via via crescente dei prodotti che esporta (vedi ad esempio la recente assegnazione alla Huawei della gara in Svezia – patria di Ericcson - per la fornitura della rete di telefonia 4G). Opportunità, perché la middle class cinese conta oggi almeno 300 milioni di consumatori con un livello di spesa simile a quello occidentale (un terzo degli orologi svizzeri sono oggi venduti in Cina).
Ma quali sono le reali prospettive della Cina? Noi siamo abituati a guardare questo Paese dalle eccezionali dimensioni e con una popolazione che rappresenta 1/5 della popolazione mondiale, con occhi occidentali. In questa prospettiva, la Cina sembra dover collassare di fronte ai problemi di ordine sociale, politico e ambientale che via via dovrà necessariamente affrontare (un po’ come è accaduto in Italia dopo il boom economico, ma in scala 20 volte superiore). Ma la Cina è davvero un Paese “occidentalizzato” nei costumi e nei desideri della popolazione, per cui un regime molto forte come quello attuale diverrà un abito troppo stretto?
Provo in questo mio articolo a mettere a confronto due recenti testi che analizzano le prospettive cinesi: Il risveglio del drago di Edwad Luttwak (che riguarda in particolare le prospettive di influenza politica estera della Cina) e The China wave di Zhang Weiwei che si riferisce soprattutto alle prospettive politiche interne ed economiche.