"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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martedì 19 luglio 2016

L’insensatezza del ridurre i costi

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per spending review,

La Presidente della Camera oggi alla Cerimonia così detta “del ventaglio” si è vantata di aver ridotto le spese della Camera. Ma non si è chiesta che effetto ha avuto questa riduzione delle spese? Innanzitutto, un gruppo di cittadini (quelli che vendevano i  beni o servizi tagliati) ha ridotto i suoi introiti. Poi, a catena, li hanno ridotti i loro fornitori.
Insomma, se lo Stato riduce le sue spese fa un’opera recessiva. Senza tener conto che la spesa pubblica è un addendo positivo del PIL: se la si riduce, si riduce anche il PIL.
Ma non bisogna sprecare! Certo, ma come si fa a sapere se una spesa è uno spreco? Perché lo fosse occorrerebbe che qualcuno buttasse via i soldi che ha ricevuto in cambio dei prodotti o servizi che ha erogato. Ma questo non accade. Quell’ammontare di denaro, che viene considerato uno spreco a livello di singola amministrazione pubblica e che può essere risparmiato, può, invece, diventare risorse di investimento nella collettività in modi imprevedibili.

Un analogo discorso vale a livello di impresa. Ne parlerò in un futuro post.

martedì 15 luglio 2014

Piano industriale per l’Italia: manca il “cuore”

di
Francesco Zanotti


Carlo Calenda, Vice Ministro per lo Sviluppo, propone oggi sul Sole 24 Ore la sua “scaletta” di un Piano industriale per l’Italia.
Ecco, manca il cuore di questo Piano: il ruolo dell’impresa.
Mi spiego.
A parte il fatto che si tratta di idee che circolano da anni e che se non fossero firmate da un vice ministro nessuno avrebbe pubblicato, tutto il Piano è fondato sull'ipotesi che il nostro sistema industriale sostanzialmente vada bene così come è!
Parla, è vero, di competitività dell’offerta, ma dice che la si ottiene agendo sul sistema non sull'impresa: taglio del costo del lavoro, dell’IRAP, investimenti pubblici e spending review.
Come a dire: le nostre imprese sono pronte a conquistare il mondo se le liberiamo dai lacci e dai lacciuoli che le incatenano.
Ecco .. non è vero. Oggi siamo in crisi perché il sistema di prodotti e servizi che producono ed erogano le nostre imprese sono sempre meno “interessanti”. Sono espressione di una società che ha esaurito la sua funzione storica: la società industriale.
Il vero problema è che le imprese, mediamente, non vanno bene così come sono. Devono, prioritariamente, riprogettare la loro identità strategica. Non si può partire dall'alto occorre partire dal basso.
Occorre un Piano per l’Italia che sia un piano di riprogettazione della identità delle nostre imprese.
Si tratta di un Piano che deve fondarsi sulla conoscenza: solo dotando le imprese di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa riusciranno in questo sforzo.
Si tratta di un Piano che rivoluziona il ruolo delle banche delle Associazioni di categoria, delle Camere di Commercio …
Oltre alla impostazione presentata, non riesco certo a indicare, in questa sede, quelli che credo debbano essere i contenuti di un Piano industriale per l’Italia. Sarà oggetto di una nostra pubblicazione.
Mi conceda, però, caro Viceministro, di concludere che oggi di un Piano industriale per l’Italia non solo non abbiamo la “scaletta”, ma neanche l’indice!



giovedì 12 settembre 2013

Ingenuità strategiche

di
Francesco Zanotti


… o sciocchezze pericolose? Decida il lettore. Il tema riguarda la competitività. In particolare, quel pezzo di competitività che è il costo del lavoro per unità di prodotto.
Viene considerata una priorità il ridurlo. Solo, si dice, diminuendo il costo del lavoro per unità di prodotto si riesce a diventare più competitivi.
Allora prendiamo il vero ed inevitabile obiettivo di fondo: aumentare la capacità delle imprese di produrre cassa. La riduzione del costo del lavoro deve portare ad aumentare la capacità di produrre cassa. Altrimenti non serve a nulla.
Bene, nessuna riduzione ragionevole del costo del lavoro porta ad un aumento dei flussi di cassa.
Ridurre il costo del lavoro non porta neanche a vendere di più perché mentre noi si riduce, gli altri non stanno a guardare: cercano di diminuire anche loro. E si innesca una battaglia di costi e prezzi che non aumenta, ma diminuisce la capacità di produrre cassa. Di più: si attiva anche una stretta cognitiva. Tutti pensano solo a come far funzionare meglio le imprese di oggi e nessuno pensa a progettare le imprese di domani.
Se poi qualcuno chiede dove si prendono i soldi per ridurre, ad esempio, il cuneo fiscale, ci si sente rispondere che si può attivare una dura Spending Review. Ma, domanda ingenua: visto che la spesa pubblica fa parte del PIL, non è che, se lo Stato spende meno, si riduce il PIL?

Auguri Italia.

sabato 17 agosto 2013

Sussurri e grida …

di
Francesco Zanotti
Aumenta il PIL dell’Eurozona di pochi decimi … La domanda (sussurrata): ma siamo sicuri di avere strumenti di rilevazione così precisi da apprezzare decimi di punto? La risposta (gridata): ma certo che no! Ed allora di cosa stiamo parlando?
Poi, come tutti sanno, nel calcolo del PIL si mette anche la spesa pubblica. La domanda (sussurrata): ma non è che l’amento del PIL si dovuto forse ad un aumento delle spesa pubblica? Qualcuno sussurra di sì. Se così fosse, non illudiamoci. Ecco la nostra reazione urlata (cioè proclamata da tutti come necessaria): contribuiremo noi a eliminare questo tipo di ripresa con la “Spending review” con la quale ridurremo la spesa pubblica e, quindi, il PIL. Ma allora, ci stiamo auto prendendo in giro: dichiarando due obiettivi conflittuali (aumento del PIL e diminuzione della spesa pubblica)? Mi si potrebbe rispondere: ma aumenteremo ancora di più altre componenti del PIL: consumi, investimenti, saldo commerciale con l’estero? Ma di quanto dovranno aumentare queste voci per controbilanciare (non ancora superare) la desiderata riduzione della spesa pubblica? Anche tenendo conto che il ridurre la spesa pubblica significa, alla fine; rendere disponibili meno risorse per consumi e investimenti.

Il grido finale: abbiamo costruito parametri di riferimento che costituiscono una gabbia quasi insormontabile di contraddizioni. Uno splendido contributo al non capire nulla e allo sviluppo di politiche contraddittorie e generatrici di crisi.

domenica 7 ottobre 2012

Sofferenze bancarie prossime venture … bis


di
Francesco Zanotti

L’occasione è un articolo del Sole 24 Ore di oggi che rivela il continuo aumento delle sofferenze bancarie. Nei post passati ho scritto più volte su questo tema. Ma, visto quello che sta accadendo, mi sembra opportuno riproporre alcune idee chiave. La prima è una previsione: le sofferenze non potranno che aumentare di molto. Le altre riguardano proposte per fermare ed invertire questo fenomeno. Cioè proposte per costruire un nuovo sviluppo.

Scrivevo il 21 luglio 2012 di un inevitabile declino di una parte significativa del nostro sistema industriale.
Tutti sanno che una parte significativa (20-30 % .. oltre?) dell’attuale sistema industriale non riesce a, come si dice, a “stare sul mercato”.
"Questo significa, innanzitutto, che le sofferenze sono destinate a breve ad aumentare bel al di là di quanto permetterebbe il patrimonio delle banche.”

Scrivevo il 20 aprile 2012 degli effetti recessivi di certe prassi di ristrutturazione del debito.
Considerate il problema della ristrutturazione del debito. Stiamo usando una concretezza che uccide. Le imprese chiedono alle banche di ristrutturare il debito. Le banche chiedono di vedere un piano industriale che spieghi, quali cambiamenti farà l’impresa in modo da poter onorare le nuove scadenze del debito. Bene, legittimo, forse anche doveroso, no? In teoria, certo. In pratica si scatena un circolo vizioso spaventoso. Perché le banche impongono (solo quelle sanno riconoscere) una specifica via di cambiamento: la riduzione dei costi e delle persone. Spendendo meno, si riescono a pagare di debiti. Siccome poi questo non accade, perché dopo le riduzioni fatte le imprese non sono in grado lo stesso di pagare i debiti (chiedete alla banche quanti piani di ristrutturazione hanno avuto successo), allora si cerca di ridurre sempre più duramente e risolutamente.  Ma continuando a premere l’acceleratore del rigore si uccidono le imprese.
Il problema è che anche le imprese ritengono legittima la via della riduzione di costi e persone.
Si crea così una vera alleanza tra banche ed imprese, ma orientata al declino, non allo sviluppo.”

Scrivevo il 25 aprile 2012 (su balbettanti poietici) degli effetti recessivi della spending review.

domenica 13 maggio 2012

Consulenza e spending review … Tocca a noi rinnovarci


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore di un paio di giorni fa un articolo sulla consulenza e sulla spending review con riportate le opinioni di Ezio Lattanzio, Presidente di Assoconsult.
Sono d’accordo che sarebbe scioccherello tagliare le consulenze con accettate indiscriminate. Sono ovviamente d’accordo (faccio il consulente di direzione da sempre) sull’utilità della consulenza.
Ma, credo, che per affermare il ruolo della consulenza, occorra che la stessa faccia un grande salto in avanti. Provo ad individuarne le direzioni ed ad avanzare una proposta.