"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 18 settembre 2015

E se fosse colpa dell’economia reale e non della finanza?

di
Francesco Zanotti
Risultati immagini per economia reale


La conferma di questa convinzione mi è venuta leggendo un trafiletto sul Sole24Ore di oggi.
Cito dal trafiletto “Un segnale (il fatto che la FED non ha aumentato il costo del denaro) che potrebbe spingere gli investitori che hanno puntato sull’azionariato USA sulla spinta della ripresa a preferire altre asset class meno legate alle fluttuazioni del ciclo economico.”.
Ragioniamoci sopra. Ma se le imprese generassero utili abbondanti non pensate che i finanziari investirebbero nei capitali delle imprese? E perché oggi le imprese non producono utili? Perché la loro identità strategica è invecchiata e non hanno progetti di sviluppo strategico (Business Plan) alti e forti.
Vogliamo rivoluzionare la logica dei mercati finanziari? Inondiamoli di Progetti di Sviluppo alti e forti.
Sì, lo so! I finanzieri non capiscono nulla di strategia d’impresa. Ma, dopo tutto non per colpa: nessuno ha mai detto loro neanche che esiste una disciplina che si chiama strategia d’impresa.
Non capiscono nulla di strategia d’impresa, ma possiamo insegnare loro questa disciplina e renderli capaci di apprezzare Business Plan alti e forti.
Non capiscono nulla di strategia d’impresa, ma tonti non sono. Quando si accorgeranno che esistono imprese che generano rilevanti utili perché hanno realizzato Progetti di sviluppo alti e forti, allora in quelle investiranno.
Se così è, allora, al fatto che i finanzieri si siano abituati a inventarsi titoli su cui investire non sono estranee le imprese. Invece di disegnare progetti di Sviluppo alti e forti si sono ridotte a piagnucolare sulla crisi e a chiedere aiuti di Stato per sopravvivere.


giovedì 26 marzo 2015

Lettera aperta ad un Investitore

di
Francesco Zanotti


L’ecologia degli investitori è variegata e frammentata e questa frammentazione rischia di innescare bolle di valore (falsamente speculative).
Ma credo che il punto di vista che possa ricompattare gli interessi di tutti sia il seguente: le risorse di cui gli investitori dispongono o devono gestire hanno un impiego “sano” e non finiscono in bolla se vanno a finire a imprese che riescono a moltiplicarle in modo da remunerare coloro che alle imprese le risorse hanno fornito.

Bene, ma a quali imprese? Il ragionamento standard è il seguente: devono andare ad imprese sane oggi che, proprio perché sono “sane” (ben gestite etc.) oggi lo saranno in futuro e potranno restituire moltiplicate le risorse che sono state loro affidate.

Purtroppo è un ragionamento che non funziona più. Oggi occorre creare le imprese sane.

Innanzitutto, se consideriamo sane imprese che producono cassa, invece di assorbirla, allora queste imprese sono poche e, ovviamente, si autofinanziano. Non sono interessate a ricevere altra cassa. Questo significa che la rilevante massa di risorse finanziarie oggi disponibile non potrà essere impiegato in imprese “sane”.

Oggi in realtà il concetto di azienda sana sta diventando meno pretenzioso. Si guarda ai margini (EBITDA) e non alla cassa. E, allora, sono certamente di più le imprese che possono essere considerate “sane”. Ma, come dicevamo, è un “sano” un po’ meno forte. Ad esempio, il rischio di una crisi di liquidità è più elevato per queste imprese rispetto alle imprese considerate “sane” perché producono cassa. In più, accettando un concetto di “impresa sana” meno forte si costruisce il rischio “cognitivo” di considerare l’eccezione il generare cassa.
Queste imprese sono certamente di più di quelle della categoria precedente, ma anche aggiungendole all'elenco delle imprese finanziabili, non si raggiunge una massa tale da assorbire significativamente le risorse finanziarie in cerca di impieghi.

Ma, poi, esiste il problema del futuro.
Questo “problema” ci informa che non è detto, in nessun modo, che una impresa sana oggi (qualunque sia il concetto di “sano” che si usa) continui ad esserlo nel futuro. Non vale il ragionamento “Se è sana è perché è gestita bene. Se sarà sempre gestita bene, affronterà tutte le eventuali peripezie”. Non funziona perché i contesti di business stanno cambiando ed è quasi certo che uno stile gestionale che funziona oggi non funzionerà in futuro.

Ma poi, il problema del futuro tira in ballo un nuovo “riferimento”: le imprese saranno “sane” nel futuro se rivoluzioneranno la loro identità strategica. A modo loro e con i tempi loro, ma dovranno rivoluzionarla inevitabilmente. Le imprese oggi sane che rimarranno uguali a se stesse (anche quelle che oggi producono rilevante cassa) continueranno ad essere sane solo per poco.

Allora il focus, sempre più attento, di un investitore dovrà concentrarsi sul progetto di futuro di una impresa, sul suo Business Plan. Un investitore dovrà imparare a valutarne la qualità. Per fare questo, però, gli investitori dovranno acquisire risorse cognitive di cui oggi non dispongono: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.
Ma non basta. Le imprese difficilmente potranno sviluppare Business Plan alti e forti da sole. Avranno bisogno anche loro di nuove risorse cognitive. Ma quali? Ovviamente sono le stesse risorse cognitive che devono utilizzare gli investitori per valutarli.

Il messaggio fondamentale agli investitori è, allora. il seguente.
Innanzitutto le imprese sane non ci sono: vanno costruite. Con un linguaggio più tecnico: non ha più senso andare a cercare asset class promettenti. Le asset class promettenti vanno costruite.

Se questa è la sfida, allora non basta fornire risorse finanziarie alle imprese: occorre, prima fornire loro conoscenze e metodologie di strategia d’impresa per definire Business Plan alti e forti. E, poi, occorre che queste conoscenze vengano anche utilizzate in proprio dagli investitori.



lunedì 2 febbraio 2015

Crisi risolte? Politica della progettualità?

di
Francesco Zanotti


Un articolo di Dario Di Vico su “Corriere Economia” tratta del tema delle crisi d’imprese risolte dalla “Task Force” denominata “Struttura crisi d’impresa” del MISE.
La domanda chiave che pone lo stesso Di Vico è: si tratta di soluzioni palliative o di rilanci definitivi?
Per rispondere alla domanda occorrerebbe dare una occhiata ai Business Plan che descrivono il progetto di rilancio. Ma di Business Plan non si parla né nel testo di Di Vico, né nelle interviste dei due esperti: uno che esprime un giudizio favorevole ed uno un giudizio dubbio.

Esiste, però, una indicazione preziosa nelle parole di Claudio De Vincenti: “In molti casi il confronto con governo e sindacati consente di scoprire opportunità che l’imprenditore non aveva individuato da solo.”
A mio avviso queste parole possono essere l’embrione di una possibile politica industriale: il salvataggio delle imprese passa da una rivoluzione delle loro identità strategica. E il ruolo del Governo è quello di guidare il processo di progettazione che porta a questa ridefinizione strategica.”.
Se davvero fosse questa la politica intrapresa dal Governo sarebbe una scelta lungimirante.

Sorgono, però, alcun domande.
La prima riguarda le risorse cognitive.
Gli attori di ogni attività progettuale utilizzano per svolgere questo compito le risorse cognitive di cui dispongono. Per riprogettare l’identità strategica delle imprese servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Quali sono quelle che il Governo mette a disposizione dei suoi funzionari e dei sindacati che, ovviamente, non possono disporre autonomamente delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa più avanzate?
La seconda riguarda il processo di progettazione: quali sono le metodologie progettuali che il Governo utilizza?
La terza riguarda il modello di Business Plan che è il documento che  sintetizza il risultato del lavoro progettuale: quale modello di Business Plan viene utilizzato? Tiene conto dello stato dell’arte internazionale delle conoscenze e della metodologie di strategia d’impresa?
La quarta riguarda l’importanza di un giudizio “terzo”. E’ disponibile il Governo a fare valutare la qualità dei Business Plan sviluppati usando avanzate metodologie di Rating dei Business Plan?
Secondo il mio modesto avviso, senza la risposta a queste domande è impossibile un giudizio sulla efficacia dei processi di salvataggio realizzati.  
Solo dalle risposte a queste domande si può capire se realmente il Governo ha in mente una nuova politica industriale che non sarebbe né dei settori, né dei fattori, ma della progettualità.


lunedì 24 novembre 2014

Una piattaforma cognitivo-finanziaria-professionale

di
Francesco Zanotti


E’ ovvio che sia necessaria una nuova piattaforma finanziaria (che fornisca sia risorse a debito che di capitale) che non provenga dal settore bancario.
E tecnicamente non è impensabile che la si possa creare.
Il problema è che la disponibilità di questa piattaforma finanziaria è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre che queste risorse vengano utilizzate per costruire sviluppo. Per far questo non basta parlare genericamente di investimenti come se fosse chiaro ed evidente a cosa servono questi investimenti. Occorre sviluppare progetti capaci di far aumentare la capacità di generare cassa alle imprese in modo da remunerare chi ha fornito le risorse finanziarie e lasciare cassa disponibile per futuri investimenti alle imprese.

Per valorizzare la piattaforma finanziaria sono allora necessarie una piattaforma cognitiva ed una professionale.

Una piattaforma cognitiva
La qualità della progettualità è “direttamente” proporzionale alla qualità delle risorse cognitive di cui si dispone.
Oggi la qualità delle risorse cognitive di cui dispongono sia le imprese che le istituzioni finanziarie non permettono né di scoprire le ragioni della crisi, né (tanto meno) di riprogettare l’identità strategica delle imprese.
E’ allora necessario fornire a istituzioni finanziarie un nuovo sistema di risorse cognitive.
Esse sono costituite, innanzitutto, da una nuova visione della crisi.
Essa è generata, sostanzialmente, dalla perdita di significato del sistema dei prodotti tipici della società industriale. Detto più semplicemente: calano gli acquisti per il perdere di interesse dei prodotti tipici dell’attuale sistema industriale. In Italia il fenomeno è accentuato dal fatto che troppe aziende sono terziste mono cliente. La crisi di questo unico cliente genera immensi problemi perché non sono abituati ad azioni di mercato.
Se questo è vero, allora la soluzione della crisi non sta in un amento di competitività o di aumento della qualità del Sistema Paese. Anche, ma prima è necessario avviare una nuova stagione di progettualità strategica presso tutte le imprese.

Perché questa via sia percorribile sono necessarie le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Disponendo di queste risorse cognitive le imprese sapranno costruire Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. E le istituzioni finanziarie potranno valutarne la qualità, cioè la finanziabilità.
Noi attraverso un processo di ricerca a livello internazionale abbiamo ricercato ed esplorato le migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa a livello internazionale. Ne abbiamo fatto una sintesi e abbiamo compiuto passi ulteriori.

Una piattaforma professionale
Da ultimo, data la natura peculiare del sistema imprenditoriale italiano, è necessario disporre di una piattaforma di professionisti sparsi sul territorio che diffondano queste nuove risorse cognitive e stimolino capillarmente la nuova progettualità imprenditoriale che è indispensabile.
Noi abbiamo da tempo iniziato a costruire questa piattaforma professionale “multi-locale”. Siamo a disposizione di tutti coloro che volessero aderirvi.



martedì 5 agosto 2014

Le borse di Paula Cademartori e la stupidità della produttività

di
Francesco Zanotti


La storia è sul Sole 24 Ore di oggi a firma Giulia Crivelli. Stilista di origine brasiliana, Paula Cademartori oggi produce a Milano borse che necessitano di circa 30 ore di lavoro e che costano un occhio della testa, facendole guadagnare … l’altro occhio ..
Bene a lei non credo importi molto della produttività. Non le importa molto di ridurre il tempo di lavorazione delle sue borse dalle 30 ore attuali a 29 ore e 55 minuti … Si perché chi crede nel feticcio della produttività, poi, più di qualche percentuale di produttività non riesce a recuperare.
La produttività è l’ultimo rifugio di chi non vuole rivoluzionare l’identità strategica della sua impresa. Di chi non è capace di innovazioni radicali. Degli economisti che quando si parla di imprenditorialità sono rimasti a Schumpeter.
La ricerca spasmodica della produttività è irresponsabile sia dal punto di vista della società che dell’imprese. La ricerca spasmodica della produttività non ha nulla a che fare col profitto (e prima o poi qualcuno mi dovrà spiegare dove si legge il “profitto” nel bilancio di una impresa. Oppure sarà necessario riconoscere che “profitto” è una parola senza senso). Ed ha tutto a che fare con una visione banale e un po’ ignava del fare impresa.


martedì 15 luglio 2014

Piano industriale per l’Italia: manca il “cuore”

di
Francesco Zanotti


Carlo Calenda, Vice Ministro per lo Sviluppo, propone oggi sul Sole 24 Ore la sua “scaletta” di un Piano industriale per l’Italia.
Ecco, manca il cuore di questo Piano: il ruolo dell’impresa.
Mi spiego.
A parte il fatto che si tratta di idee che circolano da anni e che se non fossero firmate da un vice ministro nessuno avrebbe pubblicato, tutto il Piano è fondato sull'ipotesi che il nostro sistema industriale sostanzialmente vada bene così come è!
Parla, è vero, di competitività dell’offerta, ma dice che la si ottiene agendo sul sistema non sull'impresa: taglio del costo del lavoro, dell’IRAP, investimenti pubblici e spending review.
Come a dire: le nostre imprese sono pronte a conquistare il mondo se le liberiamo dai lacci e dai lacciuoli che le incatenano.
Ecco .. non è vero. Oggi siamo in crisi perché il sistema di prodotti e servizi che producono ed erogano le nostre imprese sono sempre meno “interessanti”. Sono espressione di una società che ha esaurito la sua funzione storica: la società industriale.
Il vero problema è che le imprese, mediamente, non vanno bene così come sono. Devono, prioritariamente, riprogettare la loro identità strategica. Non si può partire dall'alto occorre partire dal basso.
Occorre un Piano per l’Italia che sia un piano di riprogettazione della identità delle nostre imprese.
Si tratta di un Piano che deve fondarsi sulla conoscenza: solo dotando le imprese di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa riusciranno in questo sforzo.
Si tratta di un Piano che rivoluziona il ruolo delle banche delle Associazioni di categoria, delle Camere di Commercio …
Oltre alla impostazione presentata, non riesco certo a indicare, in questa sede, quelli che credo debbano essere i contenuti di un Piano industriale per l’Italia. Sarà oggetto di una nostra pubblicazione.
Mi conceda, però, caro Viceministro, di concludere che oggi di un Piano industriale per l’Italia non solo non abbiamo la “scaletta”, ma neanche l’indice!



venerdì 23 maggio 2014

Aspettando il 28 maggio … Minibond: serve l’Advisor strategico

di
Francesco Zanotti


Fino ad ora si era sentito parlare di Advisor finanziario. Colui che supporta l’impresa per trovare le risorse che le sono necessarie.
Ora, la figura dell’Advisor finanziario è sufficiente quando le imprese devono crescere nella continuità. Quando le imprese possono crescere solo attraverso una rivoluzione della loro identità strategica, il solo Advisor finanziario non basta. Anzi, diventa controproducente. Serve l’Advisor strategico.
Infatti l’Advisor finanziario non riesce a stimolare, perché non ne ha le competenze, la progettualità strategica (quella che serve a riprogettare l’identità strategica) delle imprese. E, allora, è costretto, anche senza volerlo, ad affrontare i crescenti problemi dell’impresa con la logica della sopravvivenza: aiutarla a superare la nottata della crisi sperando che autonomamente nasca il sole della ripresa. La sua “tecnologia di fondo” è la contiguità: la rete di amicizie di cui gode all'interno, soprattutto, del sistema bancario. Poi questa contiguità, a mano a mano che si scende nella dimensione dell’impresa, diventa qualcosa di più oscuro. E si sviluppa in pericolose contiguità con gli organi periferici delle banche.
Detto diversamente, per essere chiari fino in fondo, l’Advisor finanziario che gestisce grosse operazioni finanziarie (che, poi, alla fine, sono sempre di più ristrutturazioni del debito) si qualifica per le relazioni con i vertici delle banche. L’Advisor finanziario che si occupa di PMI si qualifica per le relazioni con i vertici locali. E questa contiguità assume aspetti tanto più oscuri quanto più i problemi delle imprese si aggravano. In sintesi, la cultura che permette la sopravvivenza delle imprese è, oggi, quella del capitalismo relazionale. Le probabilità di successo di questa “strategia” sono calanti. Anzi, è questa “strategia” che perpetua la crisi perché illude le imprese che si possa far sopravvivere il passato.
Invece, una impresa può superare la crisi solo attraverso un progetto di Futuro (un Business Plan, Piano industriale, chiamatelo come volete) alto e forte. E’ la somma di tutti i progetti alti e forti delle imprese che costruiranno il futuro di questo Paese. Per sviluppare progetti di futuro alti e forti è necessario che le imprese si dotino delle migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. E’ compito dell’Advisor strategico fornire queste conoscenze e metodologie e supportare le imprese nell'utilizzarle per generare Progetti di Futuro alti e forti. Quando un Progetto di Futuro è stato sviluppato, diventa semplicissimo trovare le risorse per finanziarlo. Questo discorso vale certamente anche per i minibond che hanno, appunto il compito di supportare Progetti di Futuro.


martedì 4 marzo 2014

E' possibile uno sviluppo senza progetto? Il caso Minibond

di
Luciano Martinoli



Al 14 febbario 2014 erano presenti sul mercato Extramot PRO di Borsa Italiana 17 titoli di debito, emessi da 15 aziende italiane, per importi inferiori ai 25 milioni di euro. Escludendo le cambiali finanziarie e i titoli per importi maggiori, tipicamente emessi su altre borse europee e scambiati successivamente anche sul nostro mercato, si tratta dei primi "Minibond" emessi grazie alle normative che consentono alle aziende non quotate questo tipo di  indebitamento.
Come detto più volte, su questo blog e da varie fonti stampa, lo strumento è stato salutato come il primo vero mezzo non bancario per finanziare "sviluppo". 
Ma quale sviluppo? Cosa si intende per questa parola? Come queste 15 aziende hanno "progettato" il loro sviluppo (che dovrebbe, tra l'altro, consentirgli di onorare il debito contratto e pagare gli interessi)?

mercoledì 5 febbraio 2014

Il Sole 24 Ore, le crisi d’impresa, le guerre tra i poveri e la conoscenza

di
Francesco Zanotti


Di fronte ad una crisi di impresa le alternative sono due. La prima è quella di considerare la crisi come una occasione per riprogettare l’identità strategica dell’impresa. Se una impresa è in crisi è perché non produce cassa. Se non produce cassa significa che la sua identità strategica è debole. La soluzione è, appunto, la riprogettazione dell’identità strategica dell’impresa.
L’altra alternativa è quella di accettare l’ineluttabilità della crisi e di disciplinare la guerra tra i poveri che questa crisi inevitabilmente scatena.
Il Sole 24 Ore ha scelto la seconda via. Se leggete l’inserto oggi del Sole 24 0re La crisi di impresa vedete che parla di come disciplinare la lotta tra tutti coloro che vantano crediti verso l’impresa.
Non vi è mai citata la parola strategia. Non vi è mai citata l’espressione “progettualità strategica”. Non vengono mai citate le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che servono a sviluppare progettualità strategica e a valutare i prodotti della progettualità strategica: i Progetti strategici, i business plan, i piani industriali … chiamateli come volete.
Si parla, è vero, di Piani che devo dare credibilità ad un eventuale ipotesi di continuità aziendale. Ma si tratta solo di budget di costi che, avendo come riferimento la “continuità aziendale” sono all'opposto della rivoluzione strategica aziendale.

Questo episodio editoriale è una ulteriore dimostrazione che stiamo vivendo una crisi cognitiva. La nostra classe dirigente, nel suo complesso, manca delle conoscenze e delle metodologie necessarie a costruire sviluppo. Ci rimane la retorica dello sviluppo: diamoci da fare con nuova lena … Ma senza dire come. 

sabato 11 gennaio 2014

Credit Crunch: finanziare risorse cognitive

di
Francesco Zanotti


Bankitalia ha annunciato che nel mese di novembre (2013, ovviamente) le banche hanno ridotto i finanziamenti alle imprese del 6%.
Sul Sole 24 Ore non ho trovato accenno alla vera natura del problema. Proviamo a riproporlo con una domanda: ma che se fanno le imprese dei prestiti?
Li usano per sopravvivere fino a quando finirà la crisi? Bene, per loro la crisi non finirà mai. Le imprese che stanno aspettando la fine della crisi non sono imprese, ma burocrazie produttive che vogliono continuare a fare le cose che hanno sempre fatto. Non è possibile mantenere burocrazie produttive: troppo costose. Si dia lo stipendio a tutti perché nessuno deve essere messo nei guai, ma almeno non accolliamoci come collettività anche il costo del continuare a produrre cose inutili. Servono invece a internazionalizzarsi, a migliorare i processi a fare innovazione tecnologica, a costruire imprese reti? Bene, in questo caso gli diamo i soldi? La mia riposta è: boh? Dipende. Queste strategie così osannate (a rischio di retorica) permetteranno alle imprese di aumentare nel futuro la loro capacità di produrre cassa o no? Questa strategie non sono magiche: basta adottarne una e ne seguiranno le “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.
Arriviamo al dunque: per decidere se dare soldi alle imprese occorre valutare il loro Business Plan, fino ad assegnare un rating non alle imprese, ma ai loro Business Plan. Questi Business Plan devono illustrare come si vuole cambiare l’identità strategica delle imprese (definizione del business e posizionamento strategico), se e come questo cambiamento permetterà loro di generare cassa, in un modo che oggi non sono in grado di fare, e quali sono le probabilità che riescano a realizzare i cambiamenti descritti.
Leggo (sempre sul Sole 24 Ore) “le famiglie imprenditoriali hanno esaurito la loro capacità di investire”. Ecco questa è una delle più chiare evidenze che non si è capita la natura del problema. Se si è investito, ma questo investimento non ha generato una nuova capacità di generare cassa, tale da permettere un costante autofinanziamento, allora si è trattato di un investimento sbagliato. Quando si investe, si possono anche fare gli investimenti sbagliati. Vorrei vedere i Business Plan che hanno giustificano questi investimenti … probabilmente non sono stati redatti. E l’investimento è finito in qualche capannone destinato a rimanere sotto utilizzato o in qualche macchina che avrebbe dovuto sostenere un aumento di produzione che non c’è stato e che, probabilmente, non avrebbe potuto esserci.

Ma se le imprese non hanno Business Plan che spiegano a cosa servono i soldi e dimostrano che quello che vogliono fare genererà un aumento significativo della capacità di produrre casa? Allora aiutiamole a farlo.
Forniamo loro le conoscenze e le metodologie per farlo. Le migliori conoscenze e metodologie al mondo per farlo. Chiediamo alle banche di finanziare Business Plan, piuttosto che chiedere di finanziare strategie di moda o, peggio, sopravvivenze impossibili. E con un Business Plan alto e forte chiediamo loro di investire nel realizzarlo. Chiediamo alle banche ed usiamo tutte le altre potenzialità di investimento.


sabato 23 novembre 2013

Contro la SWOT Analysis

di
Francesco Zanotti

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La SWOT (Strengths, Weaknesses, Opportunity, Threats) Analysis è uno strumento, appunto, di analisi dell’ambiente esterno all'impresa che risale agli anni ’60-’70.
Esso è finalizzato a migliorare i processi decisionali di tipo strategici (che riguardano l’impresa nel suo complesso) e funziona nel seguente modo.
Innanzitutto, permette di individuare quali sono le minacce e le opportunità presenti nell'ambiente. E, verificare, da un lato, se i punti di forza dell’impresa sono in grado di sfruttare le opportunità e difendersi dalle minacce. E, dall'altro, fino a che punto gli elementi di debolezza impediscono di sfruttare le opportunità e rispondere alle minacce. Fatta questa analisi, in base ai suoi risultati, è possibile decidere le misure più opportune per sfruttare meglio le opportunità o per difendersi meglio dalle minacce.

Strumento utile? No! Anzi è sia troppo primitivo che, imprenditorialmente, dannoso.

Cominciamo dal dannoso.
La SWOT Analysis è uno strumento fondato su di una ipotesi epistemologica, una visione del mondo “rinunciataria” e non imprenditoriale. Mi spiego. In termini filosofici si direbbe che è fondato su di una epistemologia “realista”. Essa afferma, declinata al caso dell’impresa, che il mondo esterno può essere conosciuto, ma non può essere modificato. L’impresa dopo averlo conosciuto, ci si deve adattare.
Si tratta di un atteggiamento “epistemologico” opposto a quello che è indispensabile per uscire dalla crisi.
Come il lettore ricorda oggi è necessario un atteggiamento costruttivo: è necessario un ridisegno profondo delle identità strategiche delle imprese, tale da far precipitare i Segni del Tempo Futuro in qualche futuro concreto.
Più precisamente, nell'ambiente esterno all'impresa non esistono né minacce né opportunità. Esistono solo potenzialità di divenire tra le quali scegliere quali far precipitare in nuove realtà. Se sia sta solo a guardare qualcun altro li farà precipitare nella realtà che egli preferisce. Solo allora saranno concrete minacce o opportunità. E saranno sempre più minacce se il fare precipitare sarà stato generato da qualcun altro che non siamo noi. Detto ancora diversamente: a chi crede che ci si debba adattare al mondo là fuori, lo stesso mondo là fuori sembrerà sempre più popolato di minacce.

Questa negatività è particolarmente grave per le start-up per definire i cui business plan la SWOT Analysis viene spesso utilizzata. Infatti, se si parte dal punto di vista che il mondo è dato e non da costruire, si attiveranno solo start-up che propongono prodotti o servizi “interstiziali”. E, poi, prodotti e servizi che possono venire immediatamente copiati.

Ma, per un momento, immaginiamo di prescindere dal suo sottofondo epistemologico e proviamo ad immaginarne un utilizzo concreto. Emerge immediatamente la sua primitività e due altre incongruenze di fondo. Questa volta riguardano non l’epistemologia, ma il concetto di analisi e di interpretazione (cioè l’ermeneutica).

Cominciamo dalla primitività. Supponiamo che sia una grande impresa ad utilizzarlo, ad esempio, una compagnia di assicurazioni. Essa deve tener conto di una pluralità di attori e di processi di scambio che non possono essere classificati solo come minaccia o come opportunità. Gli attori possono essere, contemporaneamente, l’una e l’altra cosa. Oggi una cosa, domani un’altra. Una strategia relazionale opportuna può trasformarli tutti in alleati.  Una “sbagliata” può trasformarli tutti in avversari. Il dimenticarli li trasforma certamente in avversari perché significa non riconoscerne il ruolo sociale da parte dell’impresa. In sintesi, alle grandi imprese serve una griglia di lettura molto più complessa. Come quella che descriverò illustrando più avanti il modello di Business Plan che abbiamo predisposto.
Ho citato le grandi imprese per illustrare al primitività dello strumento, ma il problema non le riguarda perché nessuna di esse lo usa. Noi abbiamo fatto, per assegnare un rating, una analisi dei Business Plan delle aziende quotate della Borsa di Milano e inserite negli indici FTES e STAR. In nessuno di essi viene usata la SWOT Analysis.

Ma proviamo a immaginare che tutti i problemi prima citati non esistano. Che l’ambiente esterno all’impresa abbia una sua identità definita sulla quale l’impresa non ha influenza, che sia solo da scoprire e che la griglia “minacce ed opportunità” si sufficiente. Anche se ci mettiamo in quest’ottica, scopriamo i problemi che riguardano la scientificità e la interpretazione.

Cominciamo dalla scientificità.
Questo strumento ha pretese di scientificità che, però, non è in grado di sostenere. Diffonde una perniciosissima illusione di scientificità. Approfondiamo questa limitazione, avvertendo il lettore che il discorso che verrà fatto ha caratteristiche di generalità che trascendono lo specifico strumento. E varranno anche per tutti gli strumenti che illustreremo nel seguito.
Quando l’analisi di un sistema (nel nostro caso dell’ambiente eterno all'impresa) ha senso ed è utilizzabile per migliorare il processo decisionale a livello strategico?

Quando: si dispone di un modello completo dell’ambiente che permetta di rilevarne in modo preciso tutte le caratteristiche fondamentali. Ci siamo messi nell'ottica che il modello “minacce ed opportunità” lo sia. Poi serve un modello dell’impresa che permetta di descriverne, in modo altrettanto preciso, tutte le caratteristiche salienti dal punto di vista dell’ambiente. Stiamo ipotizzando che questo modello ci sia: l’impresa come somma di punti di forza e di debolezza. Tutto questo c’è ma non basta. Occorre anche disporre delle leggi che governano la relazione tra ambiente ed impresa. E’ solo l’esistenza delle leggi che mi supporta nel processo decisionale. Che mi fornisce l’algoritmo decisionale.

Mi si obietterà: ma il risultato della SWOT Analysis non è mai “preciso”. Cioè quantitativo. Dà indicazioni di carattere generale.
Bene, ma allora non possiamo ignorare, la dimensione interpretativa. Se le “caselle” (minacce e opportunità; punti di forza e di debolezza) non vengono riempite con risultati numerici, frutto di un processo oggettivo di misura, allora non vi è alcun processo di misura, ma solo di valutazione. Una valutazione soggettiva: se persone diverse analizzano la stessa impresa nello stesso ambiente trovano risultati diversi. Non solo, ma anche le stesse persone in diverse condizioni generano valutazioni diverse.

Allora non è possibile applicare nessun algoritmo per decidere quali punto di forza valorizzare, quali punti di debolezza cercare di eliminare, quali opportunità sfruttare, come eliminare le minacce, che risultati (di cassa ovviamente) ci si attende da queste azioni.

Siamo nel campo delle valutazioni personali che cambiano nel tempo. Materia prima non per processi decisionali, ma per una conflittualità permanente ed effettiva.

Ma esiste un’ultima osservazione che, se anche non valessero tutte le altre che abbiamo fatto, da sola suggerirebbe di abbandonare l’utilizzo analitico valutativo. Più avanti vedremo che sono possibili altre modalità di utilizzo, ma rimane la eccessiva semplicità dello strumento che lo rende inutile anche usato in questi altro modi di cui diremo.
Quale è questa osservazione?
Che oggi non c’è niente da decidere. La sfida fondamentale è quella di progettare nuove imprese, una nuova economia ed una nuova società. E per progettare non si possono usare strumenti progettati per decidere. Come cercare di aggiustare il televisore con il martello, pensando che sia il teatrino delle marionette. Immaginate il risultato …

Nonostante tutte queste osservazioni la Swot Analysis è molto di moda. Soprattutto tra gli uomini di finanza che sono diventati anche advisors strategici. Ma il suo utilizzo è solo ornamentale. E’ una delle mille descrizioni dell’impresa che si scrive per dovere e non si legge per noia. Si arriva subito ai numeri che, però, occorrerebbe ammettere che non si da dove vengono.

venerdì 15 novembre 2013

Crisi "ambientale"... oppure no?

di
Luciano Martinoli

Immaginate un capannone, chiuso, dove sono assiepate centinaia di persone a cui manca l’aria, lo spazio, le risorse per sopravvivere con decenza. 
C’è “crisi”.
E’ una “crisi” ambientale che dipende dalla mancanza di spazi: all’inizio per prosperare, ora addirittura per sopravvivere. Non è colpa di nessuno, sono troppi. Invocano aiuti, misure di “sistema”, attribuiscono colpe. Agli altri, ovviamente.
All’improvviso però, senza che nulla cambi, qualcuno mostra una insospettabile vitalità. Non è cianotico come gli altri, a lui l’ossigeno non sembra mancare, corre, si muove, lavora, è ben vestito, in una parola: prospera.
Allora la “crisi”, se c’è qualcuno che non è sofferente in quell’ambiente, non è dovuta ad un ecosistema in deficit di risorse. Forse non siamo in un capannone chiuso dove manca sempre di più per tutti, siamo semplicemente confinati in un angolo piccolissimo, quello che riusciamo a vedere, rispetto a spazi enormi di cui non abbiamo coscienza ma che sono lì vicino, a portata di mano, come quel pimpante signore ci dimostra. Perché non ci andiamo anche noi?  Perché non l’abbiamo visto prima?
E’ questa l’immagine che mi è balzata in mente quando ho visto questo annuncio di Google.
Vediamo di che si tratta