"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 14 novembre 2014

Più tecnologia = meno occupazione? Il problema è da un'altra parte

di
Luciano Martinoli


Un articolo apparso su un inserto del sole24ore di qualche giorno fa ripropone un tema che appare frequentemente nel dibattito sociale ed economico: l'aumento della tecnologia riduce l'occupazione e i prezzi dei beni.
E' un'affermazione senz'altro vera i cui effetti sono già stati visti in passato ma, sostenendo questa tesi, si denuncia una visione miope sul fenomeno: la tecnologia crea anche nuove opportunità, di prodotti e di lavoro.

domenica 24 novembre 2013

La conservazione impossibile e la conoscenza necessaria

di
Francesco Zanotti


Oggi sul Sole 24 Ore il Direttore chiede al Presidente del Consiglio di cambiare radicalmente la legge di stabilità. Ma in che direzione? Cercare di ridurre le tasse (il cuneo fiscale) per rilanciare l’economia.
Purtroppo si tratta di un tremendo errore di prospettiva.
Lo è anche tecnicamente perché non si riuscirebbe a ridurre il cuneo fiscale in misura sufficiente per rendere rilevantemente competitivi i prezzi dei nostri prodotti. Perché ovviamente, il riferimento è alla competizione di prezzo. Una sola osservazione: a troppe PMI, abituate ad essere terziste di un unico cliente, nessuna riduzione del carico fiscale  permetterebbe di sopravvivere.
E’ un errore “sistemicamente” perché non vi è alcuna possibilità che riprenda questa economia nella misura che ci serve per riprendere lo sviluppo della qualità della vita. Nessuna riduzione di nessun cuneo fiscale genererà ripresa, occupazione. E da ultimo, ma non per importanza, servirà ad invertire la drammatica trasformazione dei crediti delle banche in sofferenze.
Non si riprenderà l’economia attuale perché il tipo di prodotti di questa economia interessa sempre meno, perché l’utilizzo di energia e materie prime che comporta il produrli è insostenibile. Perché le organizzazioni di queste imprese tendono ad essere sempre più inumane. E per mille altre ragioni che non vengono mai neanche citate.
Mi si può obiettare: ma riducendo il cuneo fiscale si liberano le risorse che servono per costruire innovazione. No! Le ragioni che ho citato prima portano a pensare che la riduzione del cuneo fiscale non libererà alcuna risorsa. Coltiverà solo l’illusione di un paradosso: che la conservazione dell’attuale economia (cercare di vincere battaglie di prezzo è conservare) possa generare una nuova economia.

Esiste la via della conoscenza. Ma l’abbiamo ridotta a oggetto da esposizione … 

domenica 7 ottobre 2012

Sofferenze bancarie prossime venture … bis


di
Francesco Zanotti

L’occasione è un articolo del Sole 24 Ore di oggi che rivela il continuo aumento delle sofferenze bancarie. Nei post passati ho scritto più volte su questo tema. Ma, visto quello che sta accadendo, mi sembra opportuno riproporre alcune idee chiave. La prima è una previsione: le sofferenze non potranno che aumentare di molto. Le altre riguardano proposte per fermare ed invertire questo fenomeno. Cioè proposte per costruire un nuovo sviluppo.

Scrivevo il 21 luglio 2012 di un inevitabile declino di una parte significativa del nostro sistema industriale.
Tutti sanno che una parte significativa (20-30 % .. oltre?) dell’attuale sistema industriale non riesce a, come si dice, a “stare sul mercato”.
"Questo significa, innanzitutto, che le sofferenze sono destinate a breve ad aumentare bel al di là di quanto permetterebbe il patrimonio delle banche.”

Scrivevo il 20 aprile 2012 degli effetti recessivi di certe prassi di ristrutturazione del debito.
Considerate il problema della ristrutturazione del debito. Stiamo usando una concretezza che uccide. Le imprese chiedono alle banche di ristrutturare il debito. Le banche chiedono di vedere un piano industriale che spieghi, quali cambiamenti farà l’impresa in modo da poter onorare le nuove scadenze del debito. Bene, legittimo, forse anche doveroso, no? In teoria, certo. In pratica si scatena un circolo vizioso spaventoso. Perché le banche impongono (solo quelle sanno riconoscere) una specifica via di cambiamento: la riduzione dei costi e delle persone. Spendendo meno, si riescono a pagare di debiti. Siccome poi questo non accade, perché dopo le riduzioni fatte le imprese non sono in grado lo stesso di pagare i debiti (chiedete alla banche quanti piani di ristrutturazione hanno avuto successo), allora si cerca di ridurre sempre più duramente e risolutamente.  Ma continuando a premere l’acceleratore del rigore si uccidono le imprese.
Il problema è che anche le imprese ritengono legittima la via della riduzione di costi e persone.
Si crea così una vera alleanza tra banche ed imprese, ma orientata al declino, non allo sviluppo.”

Scrivevo il 25 aprile 2012 (su balbettanti poietici) degli effetti recessivi della spending review.

mercoledì 8 agosto 2012

A rischio il futuro del nostro sistema industriale?

Ma chi se ne importa: siamo in tutt’altre faccende affaccendati.

di
Francesco Zanotti

Oggi il Ministro Fornero ha dichiarato che in autunno sarà a rischio il futuro del nostro sistema industriale. E le statistiche sembrano darle ragione. Mi permetto di aggiungere che, conseguentemente, è problematico anche il futuro del nostro sistema bancario: i debiti delle aziende che andranno in crisi si trasformeranno in sofferenze.
Cosa fare? Il Prof. Gross Pietro ci fornisce la sua ricetta sul Sole 24 Ore di oggi. Riporto testualmente: “Il rimedio principale sta nelle mani delle parti sociali e consiste nello sviluppo di produzioni più competitive e più ricercate dai mercati … “.
La prima osservazione è che, finalmente qualcuno ha il coraggio di evidenziare il problema di fondo: dobbiamo riprogettare il nostro sistema industriale. Come è da un po’ che andiamo predicando.
Ma dopo nasce immediatamente una domanda: ma come fanno le parti sociali a sviluppare produzioni più competitive e più ricercate dai mercati? Usando il nostro linguaggio: come fanno gli attori sociali a riprogettare le imprese?
Noi modestamente è da altrettanto tempo che proponiamo una soluzione: occorre fornire alle imprese, alle parti sociali ed alle banche linguaggi progettuali e valutativi nuovi.
Ma purtroppo in un sistema industriale in crisi nessuno è interessato, paradossalmente, a...
Anche solo ad ascoltare un soluzione …
Per avere una quantificazione di quanto sia scarso l’interesse all’ascolto, abbiamo avviato un esperimento.

martedì 12 giugno 2012

Prima si aspettava Monti, ora si aspetta la Merkel … Stiamo aspettando Godot!


di
Francesco Zanotti

Riporto da Wikipedia …

L'opera (Aspettando Godot di Samuel Beckett) è divisa in due atti; in essi non c'è sviluppo nel tempo, poiché non sembra esistere possibilità di cambiamento. La trama è ridotta all'essenziale, è solo un'evoluzione di micro-eventi. Apparentemente sembra tutto fermo, ma a guardare bene "tutto è in movimento". Non c'è l'ambiente circostante, se non una strada desolata con un salice piangente spoglio, che nel secondo atto mostrerà alcune foglie. Il tempo sembra "immobile". Eppure scorre. I gesti che fanno i protagonisti sono essenziali, ripetitivi. Vi sono molte pause e silenzi. A volte si ride, a volte si riflette in Aspettando Godot, come se si fosse a "teatro o al circo" (dicono i personaggi).

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, non usciremo dai guai aspettando interventi dall’alto. Anche perché è un alto che si allontana sempre di più: prima Monti in Italia, poi la Merckel in Europa. E non aspettiamo davvero un Godot che, contrariamente a quanto accade nell’opera di Beckett sembra apparire, ma poi non è lui …

Scrive il Direttore del Sole 24 Ore che sono necessarie tre cose: garanzia unica per i debiti pubblici, accesso diretto al fondo salva stati dal parte delle banche, unificazione dei debiti pubblici europei, cosa che comporta (egli sostiene) cambiare la Costituzione di ogni Paese per realizzare una unione politica. Vi sembra che queste cose possano accadere in tempi utili per non fare fallire imprese e famiglie? E se falliscono imprese e famiglie rischiamo di fare una unione di falliti. A meno che non crediamo ancora un bel “Too big to fail” a livello di aggregati istituzionali.

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, tocca a noi.
Il percorso è anche semplice, perché dipende solo dalla conoscenza.
Dobbiamo avviare una riprogettazione del nostro sistema imprenditoriale perché le nostre imprese tornino a produrre cassa. E tanta. Solo così non falliranno famiglie ed imprese, solo così si annullerà la disoccupazione. Per riprogettarlo non basta la buona volontà: occorre fornire agli imprenditori le conoscenze per farlo. Queste conoscenze esistono e sono le conoscenze di strategia d’impresa. Esse permettono di individuare fino a  che punto occorre rivoluzionare e forniscono una guida per farlo.
Punto.
Complicato? Purtroppo sì! Perché dobbiamo ammettere che non arriverà nessun Godot a salvarci. E’ inutile che ci illudiamo che esiste un uomo (o donna della Provvidenza) che ci salverà. Se vediamo qualcuno all’orizzonte che non siamo noi stessi, non illudiamoci, non è Godot. L’unico Godot che possiamo attendere siamo noi stessi
Vogliamo cominciare da noi?


giovedì 17 maggio 2012

Facebook e GM: il futuro abita da un’altra parte


di
Francesco Zanotti


Sul Sole 24 Ore di oggi (allegato “Finanza e Mercati”, prima pagina dell’allegato) si legge che General Motors ha cancellato tutta la pubblicità a Facebook: questo tipo di investimento non rende perché non si traduce in auto comprate.
Mentre questo accade, tutti si stanno accalcando intorno all’IPO di Facebook, convinti che sia una delle società del futuro.
Forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere. Ma davvero sarà una delle protagoniste del futuro un’azienda che spera di vivere di pubblicità promettendo di far vendere un prodotto vecchio come l’auto?
E che offre servizi relazionali che permettono solo relazionalità banali e che hanno successo solo presso le generazioni “quasi giovani”: dai 20 ai 35. Perché i ragazzi veramente giovani cominciano a guardare con spirito critico una relazionalità che li costringe a scambiarsi (magari tra tantissimi) messaggi banali?
Certo costruirà il futuro del suo fondatore … 

domenica 13 maggio 2012

Consulenza e spending review … Tocca a noi rinnovarci


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore di un paio di giorni fa un articolo sulla consulenza e sulla spending review con riportate le opinioni di Ezio Lattanzio, Presidente di Assoconsult.
Sono d’accordo che sarebbe scioccherello tagliare le consulenze con accettate indiscriminate. Sono ovviamente d’accordo (faccio il consulente di direzione da sempre) sull’utilità della consulenza.
Ma, credo, che per affermare il ruolo della consulenza, occorra che la stessa faccia un grande salto in avanti. Provo ad individuarne le direzioni ed ad avanzare una proposta.

venerdì 4 maggio 2012

Ragionamenti sbagliati


di
Francesco Zanotti

Sbagliati … Forse è meglio dire: ragionamenti che costruiscono la crisi. Sì la crisi è costruita dal nostro pensare …
Leggo sul Sole 24 Ore (ma non cito l’Autore per non innescare polemiche) un ragionamento di questo tipo. Le imprese tedesche stanno comprando tante imprese italiane, ma le comprano a prezzi di saldo perché oggi hanno prodotti competitivi, ma non hanno la liquidità per fare investimenti ed attuare le ristrutturazioni necessarie per ricominciare a produrre “valore”.
Cosa c’è di profondamente “sbagliato” in questo ragionamento?
C’è che ci si riferisce ad una competitività debole. Una competitività che permette solo la sopravvivenza. Se queste imprese avessero prodotti unici o con un rilevante livello di differenziazione di qualità e di capacità di servizio e non qualche piccolo vantaggio di prezzo, non avrebbero problemi di liquidità, ma produrrebbero cassa abbondante.
C’è che non avrebbero bisogno di ristrutturazioni, ma avrebbero i soldi necessari ad incrementare la capacità produttiva.
C’è che le imprese di cui si discute sono imprese che producono componenti, quindi, hanno una debolezza intrinseca di mercato.
Conclusione: è inutile che cerchiamo di difendere la struttura industriale esistente. Usciremo dalla crisi solo ridisegnandola profondamente. Per fare questo non servono soldi, ma una nuova capacità di progettualità strategica.

venerdì 30 marzo 2012

Altrimenti ci arrabbiamo?


di
Francesco Zanotti

Oppongo, alle tesi di Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore e di Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi, altre tesi. Non me ne vogliano gli interessati per il linguaggio diretto. Ovviamente discuto le idee e non le persone. Chissà se vorranno discutere queste idee.

Il titolo (e la macrotesi) di Carlo Bastasin sul Sole è “La lezione della crisi non è stata capita”. La mia controtesi: certo, ma dagli economisti! Continuano ad imporre al sociale le conclusioni di una “scienza” (l’economia) che ha fondamenta flebilissime. Accetta il Professore un contradittorio sui fondamenti dell’economia?  

Ma siamo più concreti. Usando le “leggi dell’economia” il Professore sostiene che per salvarci occorre aumentare la produttività. Ma, prima di tutto, non conosco (magari il Professore me la indica e me ne descrive le verifiche sperimentali) una legge che lo affermi. Poi: è facile far vedere che non ha senso. Siamo in un mondo che ha bisogno di prodotti e sistemi produttivi radicalmente diversi per ragioni antropologiche e ed ambientali. Cercare di produrre una maggior quantità degli oggetti (ma anche, ad esempio, delle infrastrutture) che si producono oggi è dannoso.

La mia proposta alternativa: oggi occorre far in modo che nascano in Italia almeno 50 imprese che abbiano dimensioni e redditività della Apple. Impossibile? Sono necessari investimenti colossali? No! Basta diffondere conoscenze avanzate di strategia d’impresa e di sistemica. Non posso ovviamente dettagliare in questa sede. Ma l’ho fatto in altri luoghi di questo blog. E posso farlo in qualunque sede mi si proponga.

Ed arriviamo a Dario Di Vico.