"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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sabato 13 agosto 2016

Nebbia … o alito cattivo?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per nebbia in zona industriale

Oggi sul Corriere Dario Di Vico propone l’immagine di un sistema industriale incapace di muoversi a causa della nebbia che ne ottenebra la vista. La nebbia è costituita dall’incertezza sul futuro del governo e del quadro geo-politico internazionale.
Ora, volendo continuare ad usare la metafora della nebbia, occorrerebbe citare anche altre “fonti di nebbia”: la esplosiva situazione esistenziale e sociale, la crisi delle conoscenze tipiche della società industriale e delle sue modalità di governo (dal management alla democrazia rappresentativa), il dramma della Natura.
Ma, proprio perché occorrerebbe aggiungere molta altra nebbia, è la metafora della nebbia ad essere sbagliata.
Tutte le nebbie che sono generate dall’invecchiare (del perdere di senso) della società industriale. In particolare del cuore della società industriale: l’impresa manifatturiera e la cultura tipica della società industriale, quella della fisica classica.
Infatti, innanzitutto, i prodotti delle imprese manifatturiere interessano sempre meno. Questo comporta un aumento della competizione, quindi una perdita di capacità di generare cassa. E la necessità di sfruttare sempre di più le persone. Le strategia competitive non fanno che inasprire il circolo vizioso precedentemente descritto. Ancora: le materie prime di cui sono costituite e le modalità produttive, di imballaggio e di trasporto sono sempre meno compatibili con l’ambiente naturale.
Più in generale, le modalità di governo rigidamente direttive rendono controproducente allargare l’attuale modello dell’impresa privatistica alla gestione di infrastrutture e risparmio, rendono impossibile valorizzare l’emergere di nuovi attori sociali, politici e istituzionali e di nuovi popoli, rendono inevitabile lo scatenarsi di conflitti a tutti i livelli.

Se tutto questo è vero, allora la soluzione può essere solo quella di una nuova progettualità imprenditoriale alta e forte che cerca non sono innovazione tecnologica, ma innovazione antropologica: prodotti che diventano simbolo di una nuova società desiderabile come è stato dei prodotti tipici del boom economico. Ad essa si deve aggiungere una nuova progettualità sociale, politica, istituzionale e culturale.

Concludendo con una battuta, se le nebbie non fossero l’alito stantio di imprese che stanno perdendo di senso, allora dovrebbe esserci qualche dio minore che ce le soffia addosso. Ma in questo caso l’unica soluzione potrebbe essere solo la supplica: che la smetta.


venerdì 30 marzo 2012

Altrimenti ci arrabbiamo?


di
Francesco Zanotti

Oppongo, alle tesi di Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore e di Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi, altre tesi. Non me ne vogliano gli interessati per il linguaggio diretto. Ovviamente discuto le idee e non le persone. Chissà se vorranno discutere queste idee.

Il titolo (e la macrotesi) di Carlo Bastasin sul Sole è “La lezione della crisi non è stata capita”. La mia controtesi: certo, ma dagli economisti! Continuano ad imporre al sociale le conclusioni di una “scienza” (l’economia) che ha fondamenta flebilissime. Accetta il Professore un contradittorio sui fondamenti dell’economia?  

Ma siamo più concreti. Usando le “leggi dell’economia” il Professore sostiene che per salvarci occorre aumentare la produttività. Ma, prima di tutto, non conosco (magari il Professore me la indica e me ne descrive le verifiche sperimentali) una legge che lo affermi. Poi: è facile far vedere che non ha senso. Siamo in un mondo che ha bisogno di prodotti e sistemi produttivi radicalmente diversi per ragioni antropologiche e ed ambientali. Cercare di produrre una maggior quantità degli oggetti (ma anche, ad esempio, delle infrastrutture) che si producono oggi è dannoso.

La mia proposta alternativa: oggi occorre far in modo che nascano in Italia almeno 50 imprese che abbiano dimensioni e redditività della Apple. Impossibile? Sono necessari investimenti colossali? No! Basta diffondere conoscenze avanzate di strategia d’impresa e di sistemica. Non posso ovviamente dettagliare in questa sede. Ma l’ho fatto in altri luoghi di questo blog. E posso farlo in qualunque sede mi si proponga.

Ed arriviamo a Dario Di Vico.

lunedì 30 gennaio 2012

Banche, sviluppo e conoscenze di strategia d’impresa


di
Francesco Zanotti

L’occasione di questo post è un articolo apparso sul Corriere della Sera di domenica 29 gennaio 2012 a firma di Dario Di Vico. Il dott. Di Vico sostiene la tesi del Credit Crunch. A lui rispondono oggi, sullo stesso Corriere, un gruppo di Banchieri (Alessandro Azzi, Carlo Fratta Pasini, Giuseppe Mussari, Antonio Pattuelli, Camillo Venesio) contestando questa tesi e ribardendo il loro impegno a non far mancare credito per sostenere la “crescita”.
Chi ha ragione? Purtroppo tutte e due le parti. Dico purtroppo perché il problema è che la coperta è troppo stretta e si restringerà ancora di più.
Un solo esempio: le operazioni di ristrutturazione del debito. Esse sono state e sono ancora lo strumento fondamentale per aiutare le imprese che stanno perdendo la loro capacità di produrre cassa. Ah … alle banche interessa la capacità delle imprese di produrre cassa, ovviamente. L’ipotesi che sta al fondo di ogni operazione di ristrutturazione del debito è che nel futuro le imprese recupereranno questa loro capacità di produrre cassa. E ne produrranno molto più che nel passato perché ogni “sana” operazione di ristrutturazione del debito aumenta l’ammontare complessivo del debito stesso, anche se ne sposta il rimborso nel tempo. Per dimostrare che aumenterà nel futuro la loro capacità di produrre cassa le imprese presentano Piani Industriali, Business Plan. Ora sta accadendo, sempre più spesso, che questi piani (che si usi l’italiano o l’inglese per definirli) non vengono rispettati. E ad una ristrutturazione ne segue a breve un’altra. Questo rincorrersi di ristrutturazioni che non funzionano avrà un unico risultato: la chiusura di molte imprese e l’aumento delle sofferenze. Cioè un restringimento ulteriore della coperta che ne generà altri a catena a causa dell’impatto sul reddito delle famiglie
Cosa fare? La mia risposta è non convenzionale. Ma, come asseriscono i banchieri nella loro lettera al Direttore del Corriere, essi sono disposti ad ascoltare e mettere in atto azioni non convenzionali. Ecco la mia risposta non convenzionale.