"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 28 aprile 2017

Il contributo del prof. Minenna e un mio commento

Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito sui percorsi di innovazione del sistema bancario, abbiamo invitato il Prof. Minenna a parteciparvi e lui ha accettato. Ringrazio quindi il professore per aver accolto il nostro invito e, soprattutto, per la profondità e la ricchezza del materiale inviatoci. Da ultimo lo ringrazio anche perché mi ha dato un “assist” molto autorevole per proporre alcune idee che ritengo decisive.

Il Prof Minenna ci ha inviato:
1.       versione estesa dell’articolo del Corriere che ha pubblicato su “Gli Stati Generali”


2.       link ad un suo intervento durante un convegno alla sala biblioteca del Senato

3.       link al suo intervento al convegno NPL Summit di Milano


Abbiamo provato a proporre alcuni passi rilevanti del suo documento scritto. In particolare l’ultimo passo che proponiamo è quello che mi fornisce l’assist di cui dicevo.

"In Italia comunque la situazione rimane oltremodo complessa. Il dato complessivo più preoccupante è relativo alle sofferenze, cioè a quei crediti deteriorati la cui probabilità di recupero è molto bassa o quasi nulla per via dell’acclarata difficoltà del debitore a far fronte ai propri impegni (i.e. se un’impresa è in stato di decozione evidenziato dal fallimento o da altra procedura concorsuale). Il dato di gennaio 2017 indica uno stock complessivo di circa 200 miliardi di € di sofferenze lorde "

"ci sono, infatti, delle ricadute negative sul tessuto economico-produttivo derivanti dal cambio della proprietà del credito. Si passa dalla banca, interessata al recupero del credito attraverso un’interazione costruttiva con l’impresa salvaguardando l’attività produttiva, alla “società avvoltoio” motivata a “spremere” valore dal credito in un tempo più breve (che può scendere anche a soli 7 anni), anche attraverso il ricorso accelerato a procedure esecutive di varia natura. Per un’impresa già in difficoltà per via della crisi e della stretta creditizia ma che ha ancora del potenziale produttivo, l’interazione con la nuova controparte (il vulture fund) può solo nuocere alla residua capacità di resistere sul mercato. Questo fenomeno assume ancora più valenza se consideriamo che le imprese che si trovano in questa situazione sono rimaste assai poche, visto che la maggioranza delle sofferenze riguarda soggetti da tempo non più economicamente vitali. 
Se il fondo avvoltoio che generalmente ha sede all’estero riesce a recuperare con successo delle risorse, queste andrebbero, tra l’altro, a remunerare investitori che sono al di fuori del circuito economico nazionale; in sostanza si realizza un trasferimento all’estero di ricchezza nazionale.
A questo si aggiunge che questa strategia implica dei costi per l’erario in termini di mancati introiti fiscali, che si aggiungono al mancato gettito derivante dall’inadempienza originaria del debitore. In definitiva, a causa delle maggiori perdite che le banche sono costrette a contabilizzare, i contribuenti, come vedremo meglio più avanti, pagano un “conto salato” sia per la crisi dell’impresa che per la dismissione del credito deteriorato al vulture fund.
Questo circolo vizioso si sta da anni pericolosamente affacciando sulla scena nazionale con evidenti effetti sulla tenuta del nostro sistema produttivo; i dati sul fallimento delle imprese non sono affatto incoraggianti, per quanto ci sia stata una crescita delle procedure di amministrazione straordinaria su base volontaria."

....il decreto salva imprese.. "dal presupposto di superare la contabilizzazione a valore nominale del rapporto creditizio banca-impresa nel momento in cui si proceda ad una sua svalutazione.
In questa prospettiva appare ragionevole prevedere una nuova contabilità che “sincronizzi” i bilanci della banca e dell’impresa al valore del credito svalutato. In altri termini, il valore nominale del rapporto creditizio nel bilancio tanto della banca quanto dell’impresa va aggiornato per riflettere il processo di svalutazione del NPL definito dalla banca.
Quanti potrebbero essere i costi finanziari effettivi?
Presumibilmente, usando parametri meno rigidi e che tengano conto del prevedibile superamento del credit crunch si può stimare che il costo si assesterebbe però su valori intorno ai 5 miliardi €. Va da sé che tali costi verrebbero medio termine compensati dal ritrovato gettito fiscale delle imprese per le quali il provvedimento dispiegherà la sua efficacia.
In definitiva, il “Salva-Imprese” rappresenta una soluzione dirompente anche se atipica dal punto di vista delle policy economiche convenzionali. Se applicato con successo, si potrebbe prendere in considerazione l’estensione a livello europeo, dove il bacino complessivo delle sofferenze supera ampiamente i 1.000 miliardi di €.

L’assist
Sono sempre più convinto che dalla crisi si esca pensando a soluzioni che siano realmente “out of the box”.

Professore, la tesi che stiamo sostenendo è proprio “out of the box”. E’ la tesi che  pensiamo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenza e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.
Ora il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembra proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti.

lunedì 24 aprile 2017

Continuando il dibattito: che ne pensa Prof. Minenna?


di
Francesco Zanotti
Francesco.zanotti@expoconoscenza.org f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com


Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito, sui percorsi di innovazione del sistema bancario. Abbiamo autorevolmente coinvolto l’ABI:

La risposta del Dott. Torriero Vice Direttore generale dell’ABI Chiediamo ora un contributo al Prof. Minenna che oggi su ’’Economia” del Corriere della Sera  avanza una proposta innovativa per la contabilizzazione delle sofferenze che ci sembra sia complementare alle nostre tesi.

Egregio Professore,
la tesi che stiamo sostenendo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenze e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo che nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.

Ora, il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembrano proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti. Che ne dice?

domenica 7 agosto 2016

La noia è il problema

di
Francesco Zanotti

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Il mio riferimento è ad un intervista rilasciata oggi dal Sottosegretario Tommaso Nannicini al Sole 24 Ore.
Dice le cose che dicono tutti: occorre aumentare la produttività (per ridurre costi e prezzi), distribuire incentivi all’acquisto e favorire gli investimenti.
Ora questo è già di per sé preoccupante perché se tutti dicono le stesse cose e poi non si fanno a non si possono fare è un guaio.
Ma supponiamo si possano fare … Non servirebbe a nulla …
Ma davvero i politici non si accorgono che stanno parlando solo di azioni placebo che nascondo il male. Ed il male è proprio la noia.
Aumentare la produttività … Ma l’aumentano anche gli altri. E, poi, come ogni miglioramento di questo tipo, tende a raggiungere presto valori non ulteriormente migliorabili: si pensa che possa diventare infinità?  E si sa che per renderla infinita occorrerebbero investimenti infiniti?
Distribuire incentivi agli acquisti e fare investimenti? E La noia? Quale noia? Quella che stanno sempre più suscitando prodotti che interessano sempre meno. Che diventano ricchi solo di una stucchevolezza barocca che sempre meno persone vogliono pagare.
Gli investimenti avrebbero senso, ma dovrebbero essere innanzitutto indirizzati ad aumentare la qualità progettuale. Serve riprogettare da capo quanto le imprese producono perché possano emozionare le persone come emozionava la 500 degli anni ’60 Solo in questo modo le imprese potranno tornare a guadagnare, potranno aumentare gli stipendi, le risorse a disposizione dello stato e potranno scomparire le sofferenze.


martedì 12 luglio 2016

Banche e banalità al governo

di
Francesco Zanotti

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Oggi il Corriere pubblica una intervista al Presidente del Consiglio fatta da Beppe Severgnini.
Ad una domanda sul perché non abbiamo finanziato le banche come hanno fatto abbondantemente i tedeschi quando ancora era possibile, risponde che è colpa dei governi precedenti (ed è vero) e, poi, aggiunge la sua ricetta per affrontare la situazione attuale: “Poi c’è un tema specifico per la banche italiane: devono fondarsi, ci vogliono meno posti nei Consigli di Amministrazione.”.
Ma, diamine, ho scritto (ed è accessibile attraverso questo link) uno scenario percorribile per un nuovo sviluppo del sistema bancario, complesso, alto e forte. E posso buttarlo via perché eliminando qualche decina (anche centinaia, se volete) di posti nei Consigli di Amministrazione si risparmieranno quei due o tre milioncini di Euro che possiamo girare a capitale per coprire gli ancora scoperti 80mld di sofferenze …
Ma possibile che nessuno dica niente? Perché l’intervistatore non si è ribellato a questa gigantesca sciocchezza?   


domenica 10 luglio 2016

Banche da mantenere o imprenditorialità da rilanciare?

di
Francesco Zanotti

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E’ inutile girarci intorno: le dobbiamo ricapitalizzare con soldi pubblici. Che poi si trovi qualche foglia di fico per non parlare di intervento pubblico, poco importa. Sta di fatto che le banche da sole non ce la fanno.
Contemporaneamente, Marco Rivelli nel suo “Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia” rivela che la radice della crisi o della prosperità delle banche, le imprese, si stanno spegnendo anch’esse. Ciò vuol dire che se anche liberiamo le banche dalle sofferenze si riformeranno.
Allora dobbiamo ripartire dalle imprese perché riattivino una nuova imprenditorialità. Ma come si fa? Fornendo alle imprese nuove conoscenze progettuali: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Né sussidi, né tecnologie, ma conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. E chi gliele fornirà? Beh solo le banche possono farlo, acquisendo esse per prime conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Così riusciranno a diventare parte attiva del proprio e dell’altrui (i clienti) sviluppo. Si chiama “circolo virtuoso” e, come tutti i circoli virtuosi, viene nutrito dalla conoscenza e non dai soldi.


giovedì 7 luglio 2016

Ha ragione Renzi … un po’

di
Francesco Zanotti

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Ha ragione perché i derivati delle banche europee sono certamente più critici delle sofferenze delle banche italiane. E la ragione è che il sottostante economico dei derivati non si sa bene cosa sia. Mentre il sottostante delle sofferenze è costituito da famiglie e imprese.
Ha ragione solo un po’ perché, come tutti, vede solo le garanzie che hanno messo in campo da famiglie ed imprese. Non vede il potenziale di sviluppo di queste famiglie ed imprese. E non lo vedono neanche le banche altrimenti si darebbero da fare a valorizzare la voglia e la capacità di futuro di famiglie e imprese. Le banche non lo vedono perché non dispongono delle risorse cognitive necessarie per vedere questo potenziale e trasformarlo in futuro: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.


domenica 12 giugno 2016

Sulle sofferenze ... scritto quasi 6 anni fa …

di
Francesco Zanotti

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E’ molto triste il pronunciare l’avevo detto …
Ma ancora oggi non ci siamo arrivati a riconoscere quanto già scrivevo 6 quasi sei anni fa sul tema delle sofferenze su un altro nostro blog
Ecco il testo integrale. Chi ha orecchie per intendere, intenda …

Partiamo da un dato reso noto dall’ABI ieri e pubblicato sul Sole 24 Ore di oggi (23 settembre 2010): l’aumento delle sofferenze, cioè il peggioramento della qualità del credito.

Riporta il giornale che le sofferenze bancarie ammontano a 70 miliardi di Euro. Ricordiamo che questa cifra corrisponde a 140.000 miliardi di lire, ad una ventina di finanziarie “normali”. E’ una cifra che sembra a tutti astronomica, ma va valutata facendosi una domanda: le banche se le possono permettere queste sofferenze? Leggiamo un altro dato: il rapporto tra sofferenze lorde e impieghi è arrivato al 4% (mentre era al 2,3% a novembre 2009). Ma quante sono le sofferenze rispetto al patrimonio netto delle banche che stanno manifestando queste sofferenze? Detto più brutalmente: queste sofferenze vanno solo a ridurre il patrimonio netto delle banche oppure sono superiori? Non conosco la risposta precisa a questa domanda (credo la si possa trovare facilmente, lo farò), ma so che il patrimonio delle banche non è che un percentuale molto bassa dei soldi che prestano (gli impieghi). Il 4% di sofferenze è un colpo importante al patrimonio netto del sistema. Se non lo dimezza, ci manca poco.

Questo dato inizia a rendere evidente che la recente e non finita crisi finanziaria non sia nulla al confronto della prossima futura crisi delle sofferenze che sarà frutto della crisi di un sistema economico che, invece di rinnovarsi completamente, pensa solo a cercare di funzionare meglio, alla ricerca di una impossibile duratura competitività. Non dettaglio questa mia tesi perché di essa ho parlato a lungo su questo blog. E su questo blog pubblicherò un documento che riporta i vari post che ho scritto su questo tema.

Credo che questo dato (l’aumento delle sofferenze) chiami noi tutti i cittadini, molto più della vicenda di Profumo e di Unicredit, a parlare del futuro del sistema bancario perché nella sostanza, ne siamo tutti azionisti. E siamo azionisti che stanno perdendo parte del patrimonio.

Parlare … cambiamo verbo: progettare. Credo che noi tutti cittadini dobbiamo partecipare alla progettazione del sistema bancario prossimo venturo.
Allora provo a proporre alcune domande che possano guidare questo percorso progettuale.

In questo post proporrò la prima. Nei prossimi giorni le altre.

Quale ruolo può avere la banca nel promuovere lo sviluppo economico?
La risposta “tradizionale” è: fornire le risorse finanziarie per lo sviluppo. Ecco io credo che non basti più. Credo che le banche debbano fornire alle imprese tutte quelle conoscenze e quei servizi che possano permettere loro di riprogettare da capo la loro identità.
Prima di fornire queste conoscenze e servizi devono, però, possederle, possederli e saperli erogare.
Quali nuove conoscenze e servizi? Le nuove conoscenze di strategia d’impresa che nascono dalle scoperte della nuova sistemica (che io penso debba essere definita “quantistica”). Esse permettono di valutare in modo completamente diverso le imprese e i loro progetti strategici. Esse permettono di scegliere quali imprese finanziarie e quali no. Non solo, ma attraverso di esse è possibile fornire alle imprese servizi che moltiplicano la loro capacità di progettazione imprenditoriale. Perché non basta saper scegliere le imprese, ma occorre anche aiutarle a diventare non competitive, ma completamente nuove.
Forse occorre ridire tutto in modo più diretto: le banche stanno aumentando le sofferenze perché non sanno valutare le imprese e i loro progetti strategici. E quando anche lo sapessero fare, non riuscirebbero ad aiutare le imprese a migliorare progetti strategici zoppicanti.
Banche incompetenti? No! Le banche usano le migliori conoscenze e metodologie tradizionali. Il problema è che queste conoscenze e metodologie non bastano più. Ed occorre che ne acquisiscano di nuove per poterle riversare alle imprese arricchite di servizio.
Che ne pensano le banche di questa domanda e del mio tentativo di risposta?
Che ne pensiamo tutti noi cittadini, azionisti morali e sostanziali di questa domanda e di questo tentativo di risposta?”



sabato 13 febbraio 2016

Le sofferenze sembrano cercate apposta

di
Francesco Zanotti

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Si dice il peccato, ma non il peccatore. E il peccato è veramente grave.
Un Convegno, un alto dirigente, con autorevolezza sul tema, di una grande banca.
Alla domanda: ma quali sono le informazioni prospettiche che chiedete alle imprese? La risposta è stata (sintetizzo): “Noi non chiediamo Business Plan alle imprese perché non ce l’hanno. E non le spingiamo a farlo, altrimenti queste vanno dai concorrenti che non glielo chiedono.”.
Questa risposta significa che le banche concedono prestiti senza voler sapere che se ne fanno dei soldi, senza valutare se li useranno in un modo che farà loro aumentare la capacità di generare cassa. Si fidano sul fatto che le imprese che sono state brave nel passato lo saranno anche nel futuro.
Possibile contro obiezione: ma abbiamo i sistemi di Rating. Ok, allora guatdiamoci dentro. Primo: sono statisticamente sbagliati. E strategicamente banali, cioè insignificanti. Secondo: usano dati inevitabilmente vecchi. Storiella di qualche tempo fa. Un amico mio si vede richiedere un appuntamento da un “venditore” di un’altra grande banca che gli dice: “La sua azienda (una piccolissima società di consulenza) ha un rating molto positivo. Se apre un conto da noi le offriamo un fido di cassa senza garanzie di 10.000 Euro.”. Il mio amico sorride e bonariamente risponde: “Caro signore la ringrazio del giudizio positivo sul rating e anche dell’offerta. Ma sappia (ed ovviamente il venditore non poteva saperlo perché le banche guardano i dati di bilancio) che ho messo da qualche mese la mia aziendina in liquidazione.”.
Una storia più seria che abbiamo già raccontato qui, ma che ripetiamo perché fa bene il paio con quello che abbiamo detto. Riguarda la Banca dell’Etruria. Anni fa siamo andati dai vertici della banca e presentare il Rating che avevamo assegnato al loro Business Plan. Rating molto problematico che evidenziava la mancanza di una strategia nei confronti delle modalità di finanziamento delle imprese. Ci siamo anche permessi di fare proposte. La cortesia con cui siamo stati ricevuti è solo pari alla intensità del silenzio che ne è seguito.
Anche solo dopo queste poche righe: come si fa a non dire che le le banche se le cercano?