"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 16 dicembre 2016

La politica non può sviluppare l'economia

di
Luciano Martinoli


Si moltiplicano sulla stampa, e non da oggi, le speculazioni e gli auspici che un politico, stavolta è il turno del neo presidente USA Trump, possa con nuove norme indirizzare il corso dell'economia. Ma è una pia illusione, sia dal punto di vista teorico che dalle passate evidenze storiche. Purtroppo lo ignorano in molti, primi fra tutti la finanzia e i media.



Oggi sul sole24ore un'analisi di Walter Riolfi, dal titolo auto-esplicativo "Il mercato guarda a Trump", afferma che i mercati, accecati in questa fase dalle suggestioni offerte dalla presunta rivoluzione economica promessa da Donald Trump, guardano molto più alla politica economica che a quella monetaria.
Ieri Morya Longo, dallo stesso giornale  registrava che i tanti investitori che stanno spostando i capitali dall’esausta Europa all’altra sponda dell’Atlantico,... sembrano infatti crederci davvero: gli Stati Uniti, grazie alla turbopolitica fiscale di Donald Trump, possono tornare a trainare la crescita economica globale.
Potrei andare avanti con altre citazioni giornalistiche, e non, dallo stesso tono. Purtroppo si tratta di un abbaglio che continuano a prendere sia i mercati che i media, che si autoalimentano a vicenda in questo malinteso, che è sconfessato teoricamente e dalla storia.
Vediamo perchè.

mercoledì 7 dicembre 2016

Nuove "Visioni" del mondo, non nuove tecnologie

di
Luciano Martinoli


Viviamo in una sorta di "età dell'oro" dell'innovazione. Eppure questa non sembra aiutare l'incremento della produttività, risolvere i problemi economici e impedire la crescente disuguaglianza mondiale. Perchè?

Un recente articolo del Wall Street Journal indirizza un'apparente contraddizione. Pur vivendo in un epoca in cui abbondano le innovazioni tecnologiche, che in passato sono state i motori dello sviluppo economico e sociale del mondo occidentale, oggi questa spinta sembra essere venuta meno. Negli USA aumentano i tecnici in tutte le discipline, sono in crescita le registrazioni di brevetti ma l'economia è stagnante. La trasformazione delle innovazioni in prodotti commerciali avviene attraverso tentativi ed errori ma la società ha sviluppato un'avversione al rischio che sembra impedirli. Le regolamentazioni sono diventate più restrittive e gli sforzi di innovazione vanno verso l'efficientamento di ciò che già esiste.  E' questa la tesi dell'autore.
Personalmente ho un parere diverso.

sabato 5 novembre 2016

Chi ha bisogno del CEO?

di
Luciano Martinoli


Un caso di nuova governance da un'azienda svizzera: niente Ceo e tutti i primi livelli che riportano direttamente al board.

Il Wall Street Journal del 4 novembre riporta la notizia di un inconsueto riassetto organizzativo di un'azienda svizzera del settore lusso. Congedato l'amministratore delegato, il proprietario ha deciso di non sostituirlo e di far riportare tutti i primi livelli al consiglio di amministrazione. E' una mossa che certamente comporterà una reazione più veloce al business. L'esistenza di un "grande capo" infatti corre il rischio di essere un collo di bottiglia del processo decisionale e "un unico individuo non può essere ritenuto responsabile per ogni cosa" ha affermato saggiamente il signor Rupert che fondò l'azienda più di venti anni fa. 
Vi è anche un altro aspetto positivo di questa tipologia di assetto: la responsabilizzazione del board che non solo ha la possibilità di rendersi conto di prima mano dell'andamento del business, ma è chiamato anche ad agire in presa diretta.
Interessante inoltre il ruolo che Rupert si è ritagliato: "air-traffic controller of egos", una dimensione importante e critica nell'ambiente conflittuale degli executive.

L'azienda si sta avviando verso quelle forme organizzative senza capi che alcuni già stanno sperimentando? Non è dato saperlo ma un altro aspetto interessante è emerso: il mercato, l'azienda è quotata, pare abbia apprezzato la mossa. Una dimostrazione che se c'è coraggio e intelligenza nella gestione dell'azienda, la finanza apprezza e segue, laddove c'è incertezza impone le sue regole che si rivelano una utile scusa per capi azienda pavidi e privi di idee.

mercoledì 26 giugno 2013

Saipem: ci voleva poco a prevederlo

di
Luciano Martinoli


Il 24 Aprile 2013 Saipem rilascia il suo piano strategico. Pochi giorni fa, ovvero dopo soli due mesi, all'annuncio del secondo profit warning, gli investitori fuggono dal titolo facendolo crollare del 29%.
Tra i due eventi il nostro Rating del business plan dell'azienda che evidenziava fin dall'inizio insufficiente descrizione del Posizionamento Strategico, dell'Algoritmo di previsione e conseguente poca fondatezza delle Previsioni Economico Finanziarie, giusto per citare le aree più carenti del piano. Nessuna critica di merito dunque, nè vanto di capacità divinatorie, semplicemente una evidenza di omissione di informazioni e/o loro livello qualitativo povero. Il Wall street Journal titola "la fiducia degli investitori non tornerà finchè non ci sarà la prova che il peggio è passato". Ma la prova che un "peggio" poteva accadere era nelle varie omissioni su temi chiavi di business. Sarebbe bastato osservare il nostro rating, disponibile su http://www.osservatoriobusinessplan.it/ per sentire puzza di bruciato e chiedere conto da subito del perchè di quelle omissioni, stimolare un dibattito sulle logiche poco rigorose, provocare una reazione costruttiva dell' l'azienda.

Noi continueremo a fornire stimoli e indicazioni in tal senso col il nostro Rating, giudicando in modo ancora più severo la scarsa completezza dei piani. Perchè riteniamo che il fornire questo stimolo sia un aiuto critico essenziale per lo sviluppo della singola azienda, quotata o meno, grande o piccola che sia, ma, ancor di più, l'unica strada per un nuovo sviluppo del nostro sistema industriale.