"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

domenica 19 marzo 2017

Le banche venete: dalla ricerca e sviluppo (non tecnologica) al sistema dei media

di
Francesco Zanotti

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Siamo passati da fantomatici aumenti di capitale di mercato agli aiuti di Stato. E la storia non è finita qui.
Per descrivere una proposta per affrontare questa emergenza sociale ho preparato un post in due puntate.
La prima è di riassunto delle nostre proposte alle singole banche, previsioni e denunce fatte in questi anni. Così da evidenziare dove siano i reali problemi.
Il secondo post sarà una proposta sistemica per rilanciare non solo le banche venete ma tutto il sistema bancario. E riguarderà una ricerca e sviluppo non tecnologica e il sistema di media…

Denunce e proposte.
Nel maggio 2015 scrivevo …
“Intendo parlare della vicenda della Popolare di Vicenza.
Come si può pretendere di costruire un nuovo sviluppo della banca senza un progetto strategico alto e forte?
E' sbagliato dire: prima mi date i soldi e poi io vi dico cosa ne farò. E’ giusto che nessuno abbia sottoscritto una aumento di capitale a scatola (del futuro) chiusa.
Noi abbiamo cercato più volte di dare una mano alla Popolare di Vicenza perché si costruisse un Progetto strategico alto e forte. Ma siamo stai snobbati da presunzione manageriale: ci è stato risposto dai manager che oggi si trovano indagati che loro non avevano bisogno di nuove conoscenze: bastava la loro abilità personale che era eccelsa. Mentre le loro conoscenze di quella scienza chiave che era la strategia d’impresa erano praticamente zero. E siamo stati snobbati dalla connivenza del sistema dei media: guardate su RAI 2 come ancora ad aprile dell’anno scorso Aldo Cazzullo incensava Zonin. Il sistema dei media sa denunciare i potenti solo quando sono caduti.”.

Proposte.
Nel dicembre 2015 abbiamo illustrato ai Vertici di Veneto Banca una proposta (si veda il post di Luciano Martinoli http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/2017/03/e-se-si-provasse-riciclare-gli-npl.html ) che avrebbe potuto risolvere in tempi brevi (certamente dal 2015 ad oggi si sarebbe fatta molto strada), abbassando la drammaticità degli aumenti di capitale, il problema degli NPL.
Ma la risposta è stata “interessantissimo: ma aspettiamo tre mesi così facciamo la ricapitalizzazione e partiamo tranquilli”. Una riposta ossimoro: tu mi dici che è possibile rivalutare gli NPL per ridure le esigenze di capitalizzazione. Mi piace: lo faremo dopo la ricapitalizzazione.”.

Previsioni
Nel maggio del 2016, riferendomi al sistema bancario, scrivevo “ […] è difficile escludere il timore che altre crisi appaiano all’orizzonte. L’esperienza insegna che, all’inizio, i guai di un settore economico appaiono come problemi “locali” (apparentemente solo frutto di malversazioni o incompetenza), ma poi rivelano la loro natura strutturale.”.
Purtroppo la storia delle banche venete mi ha dato ragione.

Ultima previsione
Abbiamo appena concluso la valutazione dei Piani di redditività delle banche commerciali vigilate dalla BCE.
La nostra previsione è che stiamo avviandoci verso nuove ed intense esigenze di ricapitalizzazioni che sarebbero evitabilissime se le banche si occupassero dello loro redditività. Ma non lo fanno.

Ricerca e sviluppo e media
Racconteremo come la funzione chiave delle banche sarà di avviare una ricerca e sviluppo non tecnologica. E come solo un sistema dei media meno attento alle battaglie di potere che ritengono i soli fatti rilevanti potrà spingere le banche ad avviare questa nuova ricerca e sviluppo.




giovedì 16 marzo 2017

E se provassimo a "riciclare" gli NPL?

di
Luciano Martinoli


L'attuale "smaltimento" dei crediti non esigibili ricorda le più inefficienti pratiche adottate fino a qualche decennio fa nel caso dei rifiuti fisici. Si può fare di meglio?

Gli NPL (Non Performing Loans) sono quei crediti bancari, difficilmente esigibili per vari motivi, accumulatisi nel periodo della crisi.
Il loro “smaltimento” deriva dalla necessità di liberare la loro presenza dai bilanci delle banche perchè li “intossica”, impedendo erogazione di ulteriore credito. 
Dunque ci si trova davanti ad una vera e propria problematica di “gestione dei rifiuti” finanziari che al momento viene affrontata nel modo più banale possibile: la loro vendita ad operatori specializzati.

Se è così, ovvero consideriamo gli NPL come rifiuti finanziari, perché non cercare di imparare qualcosa dal settore dei rifiuti fisici per migliorarne il loro trattamento a beneficio della banca e dell’ambiente di business ovvero aziende, consumatori, economia in generale?

domenica 12 marzo 2017

Conviene pagare la gente per non lavorare?

di
Francesco Zanotti

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Oggi sul Corriere Dario Scannapieco, Vice Presidente della BEI, invita l’Italia ad una nuova stagione di progettualità … ad ogni livello, aggiungo io. Qualche pagina prima Gian Antonio Stella parla di un progetto, ma stupido, che è l’apoteosi di una storia di progetti stupidi ...
Purtroppo di progetti stupidi è pieno il nostro panorama economico …
Allora la vera priorità dell’Italia è quella di attivare una progettualità alta e forte. Noi con questo blog cerchiamo di dare il nostro contributo.

Il progetto stupido riguarda il Sulcis in Sardegna.
Cominciamo dai progetti stupidi dal passato che da sempre lanciano la stupidità verso il futuro. I dati che riporto sono quelli presentati da Stella.
Nel 1954 Ernesto Rossi aveva calcolato che se la Carbon Sarda non avesse mai funzionato e avesse pagato i dipendenti per stare a casa pagandoli 40.000 Lire al mese avrebbe perso tanto quanto ha perso lavorando e pagando i dipendenti solo poco più di 35.000.
Nel 2014 Sergio Rizzo ha calcolato che se la Carbonsulcis avesse pagato i suoi operai 7.300 Euro per tredici mensilità senza lavorare avrebbe perso tanto quanto ha perso facendo lavorare le persone.
Detto in sintesi: negli anni è diventato sempre più conveniente pagare la gente per non fare nulla. Nel tempo ci sarebbe stato un risparmio netto diretto e non si sarebbero creati i danni che le vecchie attività estrattive ed industriali hanno creato ad un territorio straordinario.
Detto diversamente, sta aumentando la stupidità dei progetti.
E arriviamo al progetto stupido attuale che è stato preparato per il Sulcise che è quello di una centrale a carbone … ma con il carbone importato. Il Suclis proprio la zona in cui sono falliti i progetti estrattivi industriali con crescenti danni ambientali da Mussolini ad oggi che hanno fatto lavorare le persone danneggiando l’ambiente.
Ecco la responsabilità dei fallimenti sardi non è solo nella Politica e nella Pubblica Amministrazione, ma anche in una classe imprenditoriale e manageriale strategicamente impreparata, assistenzialmente orientata e litigiosa.

Ma molti altri progetti sono … ecco … diciamo “non fecondi”. I progetti che genereranno più danni a causa della loro “non fecondità” sono quelli delle banche: stiamo investendo 20 Mld (e tutti sanno che non basteranno per salvarle) e loro non hanno uno straccio di progetto di futuro …

Davvero allora la progettualità è la vera emergenza italiana. La vera azione di sviluppo è il mettere in grado le classi dirigenti di sviluppare progetti di futuro altri e forti. E lo si può fare non con esortazioni teoriche, ma solo fornendo loro nuove risorse cognitive. Quello che cerchiamo di fare con questo blog.


martedì 7 marzo 2017

La caduta degli dei (e dei loro miti)

di
Luciano Martinoli


Tre articoli di due giornali internazionali evidenziano, da prospettive diverse, il fallimento di alcuni luoghi comuni che invece si continuano a ritenere validi. Rimandando, pericolosamente, di affrontare la soluzione radicale ai nostri problemi.

Un articolo dell’Economist di qualche settimana fa, pubblicato in italiano sul numero di “Internazionale” del 2 marzo, non poteva essere più esplicito: “Multinazionali in ritirata”. 

Alcuni dati, infatti, parlano chiaro: 

…negli ultimi cinque anni i profitti delle prime settecento multinazionali del mondo industrializzato sono diminuiti del 25 per cento.”

“…i profitti delle aziende nazionali sono cresciuti del 2 per cento.”

“Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, i tre paesi che da sempre ospitano le multinazionali più grandi e più importanti, il roe sugli investimenti all’estero si è ridotto a percentuali comprese tra il 4 e l’8 per cento.”

La ovvia conclusione che questi numeri portano ad affermare, come riporta il giornale, è che “Le opportunità offerte dai mercati esteri si sono esaurite.
Fine del mito dell’Internazionalizzazione? 
Sembrerebbe di sì, ma perché?

venerdì 3 marzo 2017

Lettera aperta a Carlo Calenda

di
Francesco Zanotti

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Forse si inizia davvero e dire cose nuove  ... Vogliamo contribuire: gli investimenti sono importanti, ma prima serve un’altra cosa .. per non investire sul nulla.

Egregio Sig. Ministro, 
abbiamo letto con piacere il suo distaccarsi dalla politica dei sussidi e degli incentivi e il riconoscere che per creare il lavoro è necessario rilanciare il nostro sistema imprenditoriale.
Condividiamo anche che per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale servono investimenti. Ma pensiamo occorra costruire fondamenta che ci sembrano mancanti e che con questo post vogliamo proporre.

Per investire è necessario sapere dove. Mi dirà che sto scrivendo una ovvietà, ma non è vero. Perché stiamo rischiando di investire solo per migliorare il passato. Anche tutto il paradigma dell’industry 4.0 rischia di essere orientato al far funzionare meglio il passato. Oggi invece è necessario riconoscere che le imprese devono riprogettare i loro sistemi d’offerta: troppe imprese fabbricano e cercano di vendere “cose” che non interessano più. Detto diversamente, è necessario indirizzare una nuova stagione di investimenti attraverso un inedito sforzo di progettualità strategica.

Per avviare progettualità strategica è necessario fare alcune “cose”.
Innanzitutto, è necessario fornire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle imprese.
La stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa andrebbero fornite anche alle istituzioni finanziarie perché riescano a valutare la qualità della progettualità strategica e il suo prodotto: il Business Plan. Banca d’Italia e BCE dovrebbero guidare le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie in questa direzione.
La progettualità strategica dovrebbe diventare il driver fondamentale per la Governance delle imprese. La CONSOB dovrebbe obbligare le imprese quotate ad esporre il Business Plan per permettere agli investitori di valutare la loro progettualità strategica.

Tutte le proposte che abbiamo avanzato costituiscono le fondamenta di cui dicevo. Solo partendo da esse gli investimenti potranno diventare fecondi e aumentare non solo la quantità, ma anche le qualità dell’occupazione.

Che cosa ne pensa?

mercoledì 1 marzo 2017

Il cigno nero delle banche

di
Francesco Zanotti

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Questo post vuole essere una lettera aperta al sistema dei media, ai Sindacati, agli Organi di controllo, alle Autorità politiche ed agli uomini di buona volontà. Per informare che nessuno si vuole occupare della redditività del sistema bancario. Si fa finta che bastino aumenti di capitale. E allora accadrà che la redditività delle banche andrà continuamente peggiorando e, quindi, gli aumenti di capitale si dovranno susseguire gli uni agli altri a spese della collettività e a danno di tutta l’economia. Un cigno nero gigantesco appare all’orizzonte.

Uso l’immagine del cigno nero perché oramai è diventata di uso comune.
Contrariamente, però, a tutti gli altri cigni neri, che compaiono all’improvviso, questo, molto più grande di molti altri, ce lo stiamo costruendo con le nostre mani. Il cigno nero è presto descritto: le banche sostanzialmente si rifiutano di fare piani per ricostruire la redditività perduta. E questo non è socialmente accettabile.
Ma, andiamo con ordine. Tutti sanno che una impresa in crisi riesce a sopravvivere se i Soci (o il mercato finanziario) immettono capitale. Ma tutti sanno altrettanto bene che, perché questo capitale non si sprechi, l’impresa in questione deve avere un piano per aumentare la sua redditività rispetto ad un passato che l’ha vista “mangiarsi" il capitale. E, ovviamente, prima si valuta il piano di redditività di una impresa e poi si decide se aumentarne il capitale. Nessun azionista accetterebbe di mettere prima i soldi e poi, forse, di parlare della redditività dell’impresa.
Per le banche accade, invece qualcosa di anomalo (è questa cosa che costruisce il grande cigno nero). Anzi, accade esattamente il contrario: prima chiedono di essere ricapitalizzate e, poi … Ecco, neanche poi si preoccupano di fare piani per aumentare la loro redditività perduta.
Forse questo accade perché le banche non sono imprese come le altre (ma allora perché vogliono considerarsi imprese e non più alberi della foresta pietrificata di lontana memoria?). Infatti la collettività è costretta a fornire loro capitale, anche contro voglia, per evitare guai peggiori, di tipo sistemico. Ma, proprio per questo, la collettività dovrebbe chiedere alle banche piani di redditività. Non è accettabile che le banche si facciano forti del fatto che tanto i soldi glieli dobbiamo dare in ogni caso e, quindi, non vogliono fare la fatica di fare Piani di redditività.
Ma dai, mi si dirà, le banche certamente definiscono piani di redditività, li chiedono addirittura anche ai clienti …Vi garantisco che non è vero! Siamo andati ad analizzare i piani di redditività delle banche commerciali vigilate dalla BCE. Abbiamo scoperto che circa la metà non rendono disponibili piani di redditività recenti. E le altre presentano piani di redditività che non contengono praticamente nulla di significativo. In più, esistono banchieri che dichiarano esplicitamente che è inutile fare piani di redditività perché la redditività delle banche dipende da fattori fuori dal controllo della banca stessa. Qui potete accedere ad una sintesi della nostra ricerca.
A questo punto il lettore si chiederà perché le banche non vogliono fare piani di redditività … Ecco non voglio imbarcarmi nell’immaginare strani complotti. Penso che la spiegazione sia semplice: non li fanno o li fanno incerti e insufficienti perché non hanno né scienza né esperienza nel fare piani di redditività. La cultura delle banche è, da sempre, patrimoniale e non reddituale.
Di fronte a questa situazione, che vogliamo fare? Continuare a non vedere, non sentire e non parlare del fatto che le banche chiedono soldi senza curarsi di dire come faranno a non esser costrette a chiederne ancora in futuro? Vogliamo continuare a coltivare l’illusione che intervenga Giove pluvio a costruire le condizioni che permettano alle banche di recuperare la loro redditività senza fare nulla? Vogliamo, invece, forse, attendere la prossima stagione di capitalizzazioni a spese della collettività per intervenire? Penso che non sia dignitoso fare alcuna di queste cose.

Allora ho provato a scrivere questa lettera aperta perché, almeno, si inizi a dibattere il tema del perché, in pratica, le banche non si vogliono occupare della loro redditività … Forse non riuscirò ad attivare nessun dibattito, ma almeno, quando questo cigno nero sarà così grande che ci calpesterà tutti,  cioè tutta la collettività dovrà sottoporsi ad un nuovo salasso per ricapitalizzare nuovamente le banche, mi prenderò una soddisfazione e tutti i vantaggi conseguenti del poter dire: l’avevo detto … Lo so, è triste consolazione, ma che volete farci …