"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

martedì 7 marzo 2017

La caduta degli dei (e dei loro miti)

di
Luciano Martinoli


Tre articoli di due giornali internazionali evidenziano, da prospettive diverse, il fallimento di alcuni luoghi comuni che invece si continuano a ritenere validi. Rimandando, pericolosamente, di affrontare la soluzione radicale ai nostri problemi.

Un articolo dell’Economist di qualche settimana fa, pubblicato in italiano sul numero di “Internazionale” del 2 marzo, non poteva essere più esplicito: “Multinazionali in ritirata”. 

Alcuni dati, infatti, parlano chiaro: 

…negli ultimi cinque anni i profitti delle prime settecento multinazionali del mondo industrializzato sono diminuiti del 25 per cento.”

“…i profitti delle aziende nazionali sono cresciuti del 2 per cento.”

“Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, i tre paesi che da sempre ospitano le multinazionali più grandi e più importanti, il roe sugli investimenti all’estero si è ridotto a percentuali comprese tra il 4 e l’8 per cento.”

La ovvia conclusione che questi numeri portano ad affermare, come riporta il giornale, è che “Le opportunità offerte dai mercati esteri si sono esaurite.
Fine del mito dell’Internazionalizzazione? 
Sembrerebbe di sì, ma perché?

venerdì 3 marzo 2017

Lettera aperta a Carlo Calenda

di
Francesco Zanotti

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Forse si inizia davvero e dire cose nuove  ... Vogliamo contribuire: gli investimenti sono importanti, ma prima serve un’altra cosa .. per non investire sul nulla.

Egregio Sig. Ministro, 
abbiamo letto con piacere il suo distaccarsi dalla politica dei sussidi e degli incentivi e il riconoscere che per creare il lavoro è necessario rilanciare il nostro sistema imprenditoriale.
Condividiamo anche che per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale servono investimenti. Ma pensiamo occorra costruire fondamenta che ci sembrano mancanti e che con questo post vogliamo proporre.

Per investire è necessario sapere dove. Mi dirà che sto scrivendo una ovvietà, ma non è vero. Perché stiamo rischiando di investire solo per migliorare il passato. Anche tutto il paradigma dell’industry 4.0 rischia di essere orientato al far funzionare meglio il passato. Oggi invece è necessario riconoscere che le imprese devono riprogettare i loro sistemi d’offerta: troppe imprese fabbricano e cercano di vendere “cose” che non interessano più. Detto diversamente, è necessario indirizzare una nuova stagione di investimenti attraverso un inedito sforzo di progettualità strategica.

Per avviare progettualità strategica è necessario fare alcune “cose”.
Innanzitutto, è necessario fornire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle imprese.
La stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa andrebbero fornite anche alle istituzioni finanziarie perché riescano a valutare la qualità della progettualità strategica e il suo prodotto: il Business Plan. Banca d’Italia e BCE dovrebbero guidare le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie in questa direzione.
La progettualità strategica dovrebbe diventare il driver fondamentale per la Governance delle imprese. La CONSOB dovrebbe obbligare le imprese quotate ad esporre il Business Plan per permettere agli investitori di valutare la loro progettualità strategica.

Tutte le proposte che abbiamo avanzato costituiscono le fondamenta di cui dicevo. Solo partendo da esse gli investimenti potranno diventare fecondi e aumentare non solo la quantità, ma anche le qualità dell’occupazione.

Che cosa ne pensa?

mercoledì 1 marzo 2017

Il cigno nero delle banche

di
Francesco Zanotti

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Questo post vuole essere una lettera aperta al sistema dei media, ai Sindacati, agli Organi di controllo, alle Autorità politiche ed agli uomini di buona volontà. Per informare che nessuno si vuole occupare della redditività del sistema bancario. Si fa finta che bastino aumenti di capitale. E allora accadrà che la redditività delle banche andrà continuamente peggiorando e, quindi, gli aumenti di capitale si dovranno susseguire gli uni agli altri a spese della collettività e a danno di tutta l’economia. Un cigno nero gigantesco appare all’orizzonte.

Uso l’immagine del cigno nero perché oramai è diventata di uso comune.
Contrariamente, però, a tutti gli altri cigni neri, che compaiono all’improvviso, questo, molto più grande di molti altri, ce lo stiamo costruendo con le nostre mani. Il cigno nero è presto descritto: le banche sostanzialmente si rifiutano di fare piani per ricostruire la redditività perduta. E questo non è socialmente accettabile.
Ma, andiamo con ordine. Tutti sanno che una impresa in crisi riesce a sopravvivere se i Soci (o il mercato finanziario) immettono capitale. Ma tutti sanno altrettanto bene che, perché questo capitale non si sprechi, l’impresa in questione deve avere un piano per aumentare la sua redditività rispetto ad un passato che l’ha vista “mangiarsi" il capitale. E, ovviamente, prima si valuta il piano di redditività di una impresa e poi si decide se aumentarne il capitale. Nessun azionista accetterebbe di mettere prima i soldi e poi, forse, di parlare della redditività dell’impresa.
Per le banche accade, invece qualcosa di anomalo (è questa cosa che costruisce il grande cigno nero). Anzi, accade esattamente il contrario: prima chiedono di essere ricapitalizzate e, poi … Ecco, neanche poi si preoccupano di fare piani per aumentare la loro redditività perduta.
Forse questo accade perché le banche non sono imprese come le altre (ma allora perché vogliono considerarsi imprese e non più alberi della foresta pietrificata di lontana memoria?). Infatti la collettività è costretta a fornire loro capitale, anche contro voglia, per evitare guai peggiori, di tipo sistemico. Ma, proprio per questo, la collettività dovrebbe chiedere alle banche piani di redditività. Non è accettabile che le banche si facciano forti del fatto che tanto i soldi glieli dobbiamo dare in ogni caso e, quindi, non vogliono fare la fatica di fare Piani di redditività.
Ma dai, mi si dirà, le banche certamente definiscono piani di redditività, li chiedono addirittura anche ai clienti …Vi garantisco che non è vero! Siamo andati ad analizzare i piani di redditività delle banche commerciali vigilate dalla BCE. Abbiamo scoperto che circa la metà non rendono disponibili piani di redditività recenti. E le altre presentano piani di redditività che non contengono praticamente nulla di significativo. In più, esistono banchieri che dichiarano esplicitamente che è inutile fare piani di redditività perché la redditività delle banche dipende da fattori fuori dal controllo della banca stessa. Qui potete accedere ad una sintesi della nostra ricerca.
A questo punto il lettore si chiederà perché le banche non vogliono fare piani di redditività … Ecco non voglio imbarcarmi nell’immaginare strani complotti. Penso che la spiegazione sia semplice: non li fanno o li fanno incerti e insufficienti perché non hanno né scienza né esperienza nel fare piani di redditività. La cultura delle banche è, da sempre, patrimoniale e non reddituale.
Di fronte a questa situazione, che vogliamo fare? Continuare a non vedere, non sentire e non parlare del fatto che le banche chiedono soldi senza curarsi di dire come faranno a non esser costrette a chiederne ancora in futuro? Vogliamo continuare a coltivare l’illusione che intervenga Giove pluvio a costruire le condizioni che permettano alle banche di recuperare la loro redditività senza fare nulla? Vogliamo, invece, forse, attendere la prossima stagione di capitalizzazioni a spese della collettività per intervenire? Penso che non sia dignitoso fare alcuna di queste cose.

Allora ho provato a scrivere questa lettera aperta perché, almeno, si inizi a dibattere il tema del perché, in pratica, le banche non si vogliono occupare della loro redditività … Forse non riuscirò ad attivare nessun dibattito, ma almeno, quando questo cigno nero sarà così grande che ci calpesterà tutti,  cioè tutta la collettività dovrà sottoporsi ad un nuovo salasso per ricapitalizzare nuovamente le banche, mi prenderò una soddisfazione e tutti i vantaggi conseguenti del poter dire: l’avevo detto … Lo so, è triste consolazione, ma che volete farci …

lunedì 27 febbraio 2017

L'operazione è riuscita, il cliente è fallito

di
Luciano Martinoli

E' questo il titolo provocatorio dell'editoriale dell'ultimo numero del magazine di 'Legalcommunity' (MAG). Un triste destino che può accadere anche a professioni diverse dagli avvocati. Ma cosa significa esattamente? E, sopratutto, come si può evitare?

La battuta originale è "L’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto" e si riferisce alla "freddezza e il distacco con cui il dottore si deve necessariamente rapportare al suo assistito".
Mentre siamo d'accordo sulla 'freddezza', il distacco spesso maschera un atteggiamento tipico di tutte le professioni che, viaggiando verso una intensa specializzazione (dal "sapere poco di tutto" al "sapere tutto di poco"), perdono di vista il quadro di insieme che possa suggerire la migliore tipologia di intervento.
Distacco, dunque, malinteso, scusa per concentrarsi sul quel "tutto di poco" per dare soddisfazione a ciò che si sa fare più che a ciò che serve davvero al cliente.
Come affrontare il problema?

domenica 26 febbraio 2017

Innovino gli altri: l’economista e i taxisti

di
Francesco Zanotti

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Come sempre non citiamo le persone il cui pensiero critichiamo. Citiamo solo quelle a cui riconosciamo buone idee. Per dare loro il giusto merito. Questa volta parlo di un economista e dei taxisti …

Un noto economista dichiara che il Governo ha ceduto ai taxisti. In questo modo frenando l’innovazione tecnologica che sta cambiando la nostra vita, distrugge lavori e sembra crearne pochi altri … E pensa che una soluzione per i poveri taxisti destinati a perdere il lavoro sia seguire l’idea di Bill Gates: invece dei robot tassiamo Uber così aiutiamo i taxisti a sostenere il debito delle licenze, a campare e riciclarsi.
Non entro nel merito dei taxisti, anche se posso immaginare come possa evolvere la loro professione verso i servizi, magari supportati dalle tecnologie.

Entro nel merito dell’innovazione. Credo che il nostro economista abbia una visione piuttosto limitata della innovazione. L’innovazione più rilevante non saranno le tecnologie digitali. L’innovazione più rilevante sarà quella nella Conoscenza. Un primo esempio, nel piccolo: una più seria comprensione dei limiti delle tecnologie digitali. Un secondo esempio, più nel grande. Saranno le diverse scienze, così come ce le ha portate il Novecento ad essere rivoluzionate. L’economia, in primis che sta accoppiando arroganza politica con inconsistenza scientifica. Morale: saranno gli attuali economisti a perdere il lavoro, con una probabilità di evolvere da qualche parte inferiore a quella dei taxisti.

venerdì 24 febbraio 2017

Aumento di capitale ok … Ma poi?

di
Francesco Zanotti

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Ovviamente mi riferisco al caso Unicredit. Su cosa accadrà poi un problema rilevante lo individua Alessandro Graziani oggi sul Sole24Ore…

Dipendenti, Risparmiatori e Clienti di Unicredit tirano un sospiro di sollievo. Così come azionisti e obbligazionisti.
E il futuro? Se guardiamo al Business Plan che Unicredit espone sul suo sito e datato 13 dicembre 2016 non vi sono elementi che permettono di rispondere a questa domanda. Questo fatto segna la cifra di anomalia del caso banche: a quale altra tipologia di impresa viene concesso un aumento di capitale di tale portata senza che essa dia indicazioni scientificamente accettabili su cosa farà nel futuro? Nel caso di Unicredit l’anomalia è particolarmente … anomala … perché l’aumento di capitale non sembra destinato ad investimenti, ma a coprire perdite.
Alessandro Graziani sul Sole24Ore di oggi sostiene che si tratta dell’aumento di capitale “definitivo”. Ma, poi, egli stesso, si pone una questione “drammatica”: sarebbe bene interrogarsi su come sia stato possibile cumulare negli anni così tanti crediti in sofferenza”.
Provo ad affrontare questa questione che certamente permette di immaginare qualcosa sul futuro di Unicredit.
Innanzitutto osservo che le ragioni per cui sono aumentati i crediti inesigibili avrebbero dovuto essere spiegate nel Business Plan. E, soprattutto, il Business Plan avrebbe dovuto spiegare cosa intende fare la banca per evitare che si riformino. E questo non tranquillizza.
Ma c’è qualcos’altro che non tranquillizza. E non riguarda solo Unicredit. La ragione per cui non si non parla di questi problemi è perché pensa che non ci possa fare nulla. Purtroppo si pensa che i crediti inesigibili siano solo il frutto della crisi economica che, a sua volta, è generata da eventi fatali (dal Fato stesso a Giove Pluvio incazzato, forse è bastato anche solo un dio minore capriccioso), quindi fuori dalla portata dell’umana capacità di intervento. Per cui la strategia vincente è “ha da passà a nuttata”.
Ma non è vero! La crisi economica è somma della crisi di tante imprese i cui prodotti sono diventate commodities e costringono le imprese a battaglie di prezzo insostenibili. Tanto è vero che molte imprese i cui prodotti non sono diventati banali commodities hanno prosperato anche durante la crisi. Occorre allora mettere in discussione la capacità di valutazione delle banche. Io sostengo (e mi piacerebbe un dibattito pubblico sul tema) che le banche in generale non dispongono delle risorse cognitive necessarie a valutare  le imprese in periodi di grandi cambiamenti.
Allora il futuro, dopo la capitalizzazione, dipenderà certamente dal fatto che Unicredit (ma anche il futuro delle altre banche dipenderà da questo) abbia voglia o meno di dotarsi delle risorse cognitive che permettano loro di fare un salto di qualità nella capacità di valutazione delle imprese. Se questa voglia non ci sarà, allora saremo nei guai. Dico “saremo” perché il peso dei guai ricadrà sulla collettività tutta.
A rafforzare i dubbi che vengono dal tentar di rispondere alla questione posta da Alessandro Graziani occorre osservare che anche altre questioni chiave, che hanno a che fare col futuro, non sono state affrontare dal Business Plan definito prima dell’aumento di capitale. La principale è: quali tipi ci conoscenze e metodologie di cambiamento intende usare Unicredit? Quelle tradizionali di “Change management” che sono fatte apposta per generare resistenze al cambiamento (quindi disastri commerciali ed organizzativi) o vuole attingere ai risultati che rendono disponibili le scienze naturali ed umane?

Concludendo: meno male che l’aumento di capitale è stato sottoscritto, ma tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero chiedere ad Unicredit di rassicurarci che non ne avrà bisogno di altri. E la rassicurazione dovrebbe, almeno (perché ce ne sarebbero molte altre), partire dalle risposte alle problematiche che, partendo dal dubbio di Alessandro Graziani, sono state sollevate in questo post.