"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

mercoledì 11 gennaio 2012

Il ruolo del sistema bancario nello sviluppo del nostro Sistema Paese


Parte prima:
Sopravvivere solo penalizzando i clienti?
Seconda puntata

di
Francesco Zanotti


La restrizione del credito alle imprese ed alle famiglie è resa quasi obbligatoria anche da un altro fenomeno: la difficoltà delle banche a reperire liquidità. Sui mercati interbancari internazionali a causa del costo e della mancanza di fiducia tra le banche, attraverso i depositanti perché gli individui e le famiglie non riescono più a risparmiare, anzi hanno iniziato a vivere di debito, come diremo più avanti.
Sarà anche un’ultima ratio obbligata, ma è pure un evidente tirarsi la zappa sui piedi perché questa restrizione peggiorerà ulteriormente la qualità degli attivi.

La prima ragione è che ...

venerdì 6 gennaio 2012

Sotto la punta dell’iceberg


di
Riccardo Profumo

Sul Secolo XIX del 4 gennaio, in prima pagina, si parla di taxi e farmacie, del blitz sulle liberalizzazioni. Poi al Tg si parla di un altro blitz, quello della Finanza a Cortina e poi della polemica sulla Casta. Sono i contenuti della fase 2 che accendono il dibattito e raccolgono tanti consensi sul decreto Cresci-Italia.
Ma con queste misure dove andiamo? L’Italia tornerà a crescere grazie alle liberalizzazioni di edicole e parafarmacie? Cinquemila taxisti in più spazzeranno via il problema della disoccupazione?
Mi si dirà che si tratta solo della punta di un iceberg. Perché le liberalizzazioni allo studio potranno riguardare anche altri settori, dalla benzina alle poste, fino ai servizi locali. E poi non ci sono solo le misure che favoriscono la concorrenza, ma anche la riforma del lavoro e gli ammortizzatori sociali e le infrastrutture. Bene, ma questo è l’iceberg che ci salverà?  Troveremo lo sviluppo grazie alla riforma degli ordini professionali? Creeremo nuova occupazione tramite la riforma degli ammortizzatori sociali?

giovedì 5 gennaio 2012

Il ruolo del sistema bancario nello sviluppo del nostro Sistema Paese


Parte prima:
Sopravvivere solo penalizzando i clienti?
Prima puntata

di
Francesco Zanotti

Abbiamo deciso di avviare una ricerca progettuale per capire quale sarà il ruolo del sistema bancario nello sviluppo del nostro sistema paese.
Ricerca progettuale perché non cerchiamo di capire come è la situazione attuale (il compito delle ricerche normali). Ma perché cerchiamo di provocare un salto di progettualità: come dovrà cambiare il sistema bancario per diventare il catalizzatore di un nuovo sviluppo economico e sociale del nostro sistema paese? Ovviamente,  in tempi brevi ..
La progettualità di oggi è molto conservatrice: i piani industriali delle banche tendono a consolidare il modo tradizionale di fare banca. Ma questo modo di fare banca … porta a sopravvivere solo a spese dei clienti ….

Leggendo le opinioni degli esperti, quelle dei banchieri e, francamente, leggendo anche i piani strategici o i piani industriali delle banche, sembra che queste ultime possano salvarsi solo danneggiando i loro clienti.
Ovviamente si tratta di una salvezza effimera ottenuta rinunciando alla funzione propria delle banche, alla loro ragion d’essere. Una salvezza che somiglia ad una eutanasia.

Il fenomeno scatenante è costituito dal progressivo deteriorarsi della qualità degli attivi.
Il processo è stato avviato dalla crisi dei titoli derivati che non è certamente superata. Oggi continua e si aggrava con la crisi dei debiti sovrani.

Di fonte a questo progressivo deteriorarsi degli attivi le Autorità di controllo hanno richiesto e stanno richiedendo un crescente rafforzamento patrimoniale delle banche.

Questo rafforzamento potrebbe derivare, in modo naturale, dall’immissione di nuovo capitale nelle banche. Si tratta, però, di una via difficile da percorrere, sia perché è rilevante l’ammontare delle somme necessarie sia per la poca appetibilità di banche i cui attivi si stanno deteriorando. E’ difficile da percorrere anche per ragioni “politiche” costituite dalla conseguente inevitabile ristrutturazione degli assetti azionari che nessuno realmente desidera.

Rimane, allora, la via della riduzione degli attivi. Così anche un capitale, che oggi sembra scarso, diventa sufficiente per rispondere alle richieste dei controllori.

Mi sia concessa una parentesi “linguistica”: il nome “attivi”, imposto dalla contabilità, suona quasi beffardo. Siamo costretti ad usare un nome dal suono positivo, come “attivi”, per definire poste che si stanno rilevando misteri di valore e che, tendenzialmente, quando si toglie il velo del mistero, disvelano valori di molto inferiori al nominale.
Per supplire alla perdita di valore degli “attivi” occorre immettere capitale che viene considerato una passività: dalla beffa al non sense.
Domanda: ma chi si occupa di business si è mai posto il problema del ruolo del linguaggio nella costruzione della realtà? La risposta è ovviamente: no! E, altrettanto ovviamente, si tratta della risposta sbagliata. Infatti, credo che sarebbe di grande utilità riuscire a capire che i linguaggi (il bilancio), che hanno come obiettivo la “quadratura”, cioè dare informazioni sulle condizioni di equilibrio di una impresa, sono i peggiori linguaggi per descrivere processi di sviluppo.

Tornando al discorso principale, la riduzione degli asset può avvenire, innanzitutto, attraverso la loro vendita. Ma si tratta di una vendita problematica.

E’ problematica la vendita dei derivati, come lo è, ancora prima, la loro valutazione. Infatti, una loro vendita a prezzi svalutati, ammesso che si trovino compratori, potrebbe costringere le banche ad evidenziare minus valenze che potrebbero generare esigenze di rafforzamento patrimoniale addirittura superiori a quelle, giudicate oggi troppo onerose, avanzate dagli organi di controllo.

La vendita dei titoli di Stato (soprattutto quelli dei Paesi in cui hanno sede le banche) è altrettanto, se non più problematica, stante il crescente fabbisogno di liquidità degli stessi Stati che, in mille modi, costringono le banche a comprarli.

L’ultima ratio, allora, è la restrizione del credito alle imprese ed alle famiglie … (segue) 

lunedì 2 gennaio 2012

Per un nuovo sviluppo etico ed estetico

Credo che il modo migliore per inziare un nuovo anno di proposta e dialogo con tutti coloro che seguono i nostri blog sia quello di proporre il Manifesto dell'Associazione per l'Expo della Conoscenza. Questa Associazione è una ONLUS che ha l'obiettivo di realizzare l'Expo della Conoscenza a Milano. Il Manifesto  inizia con una analisi diversa della situazione attuale e, poi, indica una precisa strada per costruire  un nuovo sviluppo etico ed estetico che è, appunto, quella di organizzare un Expo della Conoscenza.

Una analisi trasgressiva e mobilitante di una crisi complessiva
La visione oggi dominante della crisi complessiva che ci sovrasta è di tipo conservativo, lineare, quindi specialistico: i problemi attuali sarebbero generati da malfunzionamenti dei diversi attori che costituiscono una società (imprese, organizzazioni, istituzioni, mercati etc.).

Se i malfunzionamenti sono specifici e locali, allora sono necessarie strategie di “riparazione” locali e specialistiche dei “guasti”. Per “riparare” si intende: riformare le istituzioni, ristrutturare, per rendere più competitive, le organizzazioni, regolamentare i mercati finanziari.

E’ una visione che viene perseguita con tenacia, ma non sta riuscendo a trasformare la crisi in sviluppo. Anche quando i singoli interventi “locali” ottengono un qualche successo, si tratta di un successo effimero che crea le basi per problemi ancora più gravi.

Gli autori di questo manifesto propongono una visione radicalmente diversa della situazione che stiamo vivendo.

La comunità umana è immersa in un’intera ecologia di crisi che, da un lato, si stanno sostenendo le une le altre con intrecci multipli e non certo monodimensionali. E, dall’altro, sono tutte manifestazioni diverse di una stessa crisi complessiva: una progressiva perdita di senso della nostra società attuale e della cultura che la sostiene.
  
Una rivoluzione progettuale
Se una società ed una cultura stanno perdendo di senso, allora le strategie “di riparazione” (ristrutturazione, regolamentazione, ricerca della competitività etc.) sono strategie controproducenti perché confermano, consolidano il modello sociale attuale e della sua cultura di riferimento. E, così facendo, invece di risolvere l’ecologia di crisi che ci minaccia, la nutrono, l’accelerano.

Se una società ed una cultura stanno perdendo di senso, è necessario adottare strategie completamente diverse: invece di ristrutturare è, allora, necessario “rivoluzionare”.

Per togliere ogni sapore “retro” al verbo “rivoluzionare” specifichiamo che diamo a questa parola una valenza “costruttiva”: non si tratta di distruggere il passato ed attendere che emerga, dalle macerie, un nuovo futuro. Si tratta di progettare, consapevolmente, una nuova cultura ed una nuova società.

mercoledì 28 dicembre 2011

Un futuro responsabile

di
Francesco Zanotti

Stamattina sulla banchina della metropolitana ... Alzo gli occhi verso nuovi schermi da poco installati e vedo uno spot del Governo.
Una ragazza (Dolcemente carina, del tipo “acqua e sapone”), seduta su di una scalinata della quale non si vede il contesto (da dove viene, dove porta), con aria spersa. Si guarda intorno come a cercare non sa neanche bene lei cosa e le arriva (non si sa da dove e da chi) un libro. Lo apre (dolcemente, ovviamente) e, poi, sorride non più spersa su di una scalinata che sembra nascere nel nulla e nello stesso nulla scendere. Appare una scritta: Diritto al futuro …
E la pelle mi si accappona, il sangue mi sale alla testa …
Ma come, il futuro è un diritto che qualcuno graziosamente concede ai giovani o crudelmente glielo toglie??? Ma dai ..

giovedì 22 dicembre 2011

Creare ricchezza o essere mantenuti?

Un giovane professionista pone una riflessione, rivolgendosi ad altri giovani professionisti, giovani imprenditori e amici.

I giornali, le televisioni, i programmi di approfondimento sono tutti impegnati ad analizzare, criticare e discutere della manovra Salva Italia. Danno voce ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni di categoria, ai professori, ai giornalisti e agli scrittori. Tutti i giorni, giorno dopo giorno, assistiamo ad un susseguirsi di commenti, suggerimenti e proposte correttive.

A volte unanimi, altre volte contrapposte, le esposizioni e le idee si fermano a contenuti tecnici, quando non ideologici: politiche per la crescita e lo sviluppo, la difesa di diritti acquisiti, la protezione di categorie (giovani, donne, lavoratori e pensionati… chi manca?) sono sulla bocca di tutti.

Quando si parla di economia e di impresa sembra che le parti si dividano. Prendiamo come spunto l’articolo del Sole di oggi: “Imprese preoccupate, è il momento di reagire”. La parola a Confindustria, a Confcommercio e a Confesercenti. Qualcuno la prende dal lato degli investitori e dei mercati, altri dal lato dell’occupazione e dei consumi. E tutti a snocciolare dati.

Che cosa c’è in comune?
L’attesa, l’aspettativa che la soluzione arrivi dallo Stato. Lo Stato, l’unico elemento in grado di produrre sviluppo e stimolare nuove opportunità.

Ma le imprese nascono dai sussidi o dalle idee imprenditoriali? Nascono dalle politiche di incentivo o dalla testa, dalla voglia e dall’entusiasmo delle persone?
Trenta, quaranta Apple, in Italia e in Europa, sarebbero in grado di cambiare le sorti dei nostri risparmi, le nostre aspettative di vita, il nostro entusiasmo verso il futuro?
Io penso di si. E la Apple non nasce dal soccorso dello Stato, ma dalla conoscenza e dalla passione delle persone.
Serve molto di più dell’aiuto dello Stato.

Ci pensiamo durante le vacanze di Natale?

Riccardo Profumo
r.profumo@cse-crescendo.com