"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

martedì 2 giugno 2015

Dove sei? Che maglietta indossi? Fare un Business Plan. Parte prima: il posizionamento strategico

di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com

 
Cosa deve contenere un Business Plan perché non sia solo la compilazione di format “alieni” proposti da qualcuno, ma sia la storia del futuro che l’impresa vuole costruire? Come bisogna fare per costruirlo?
Detto diversamente: quali contenuti deve avere e come è cosa bisogna fare per svilupparli?

Per rispondere a questa domanda ho provato a costruire qualche metafora … descrivo cosa e come bisogna fare attraverso esempi, anche frivoli, ma penso chiarificatori.
E poi tradurrò gli esempi scherzosi in un linguaggio più professionale ed operativo. Adatta alla professione dell’imprenditore. Cominciamo con questa prima puntata: il primo passo da fare …

Il primo passo nel redigere un Business Plan è quello discoprire quale è il vostro punto di partenza.
Chiamiamolo “posizionamento strategico”.

Ma cosa è questo posizionamento strategico e perché è così essenziale?
Ve lo spiego, appunto con un esempio, una storiella, una metafora. Chiamatelo come volete.

Immaginate di indossare una maglietta leggera di cotone e di trovarvi d’inverno nella tundra siberiana. Non trovate che questa metafora descriva bene lo stato dell’economia così come appare oggi? Un posto freddo e desolato.
Il vostro posizionamento strategico è disagevole (molto) perché la vostra identità (la maglietta che indossate) non vi permette di vivere (lavorare biologicamente) nell’ambiente in cui siete. Non riuscite a generare sufficientemente calore per sopravvivere.
In termini tecnici, il vostro business o il vostro portafoglio di business è collocato in industry che non permettono di produrre la cassa (il calore) necessario a sopravvivere. E’ collocato in un industry a bassa attrattività. Un ambiente che vi blocca nel gelo.

Per sopravvivere lì, senza cambiare la maglietta (cioè senza cambiare identità) siete costretti ad andare in giro a raccogliere qualche rametto per accendere un fuoco che, per altro, non vi permetterà una vita biologica agevole. Solo una sopravvivenza un  più lunga. Se poi siete in tanti ad essere in mezzo alla tundra con magliette di cotone, allora sono guai. Dovere competere per i legnetti. E o siete i più grandi e grossi, oppure non beccherete neanche un legnetto. Sopravvivrete meno degli altri. Che, sul lungo termine, pure sono destinati a non sopravvivere. Questa capacità di far legna più degli altri si definisce “competitività”.

Allora il posizionamento strategico è l’intrecciarsi di queste due “variabili”.
Esse vi rivelano se operate in un business a bassa o alta attrattività. E vi dicono se di quella attrattività, poca o tanta che sia, ve ne giovate voi o i vostri concorrenti.
Se scoprite che state veramente in mezzo alla tundra siberiana con solo una maglietta di cotone, beh allora è il caso di fare qualcosa …


venerdì 29 maggio 2015

Intervista a Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI

di
Luciano Martinoli


Pubblichiamo la seconda intervista a commento della lettera aperta al Dott. Valeri, da noi scritta e pubblicata sul nostro blog il 18 aprile scorso. Ovviamente, la nostra lettera non ha ricevuto risposta.
Il nostro obiettivo è quello di avviare un dibattito sul futuro del sistema bancario italiano e  sul suo ruolo sociale che sembra incerto e fumoso. Diciamo a ragion venduta perché stiamo assegnando, come ogni anno, un Rating ai Business Plan delle società FTSE Mib di borsa Italiana. Come tutti sanno in questo Indice sono inserite le banche più importanti. Il risultato che stiamo ottenendo è la “scoperta” che i Business Plan di queste banche stanno diventando sempre più conservativi. Sembra che la recente norma che costringe le Banche Popolari a diventare SpA abbia vieppiù distolto le stesse Banche dalla ricerca di innovazione profonda.
Speriamo che questo nostro dibattito stimoli una nuova riflessione strategica che produce Business Plan alti e forti invece che budget, sia pur professionalmente corretti.
L’intervista di oggi è quella al Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI.

Altieri
Concordo perfettamente con la vostra analisi e rimango sorpreso che quelle dichiarazioni che avete commentato vengano da un esponente di una banca tedesca che, per quanto a mia conoscenza, è abituata a valutare, oltre alle garanzie reali, la credibilità dei progetti d’impresa.
Inoltre, dalle suddette dichiarazioni, si evidenzia una visione sufficientemente discutibile, che punta a supportare chi ha meno esigenze di liquidità e non invece le opportunità di crescita che derivano dalle giuste strategie imprenditoriali.
Un’impresa, ancorché capitalizzata, è destinata ad esaurire le sue riserve se non produce utili.
E sono anche molto d’accordo sul fatto che l’andamento imprenditoriale che genera utili ha prospettive di futuro, non banali preoccupazioni di sopravvivenza.

Martinoli
Come si pone allora l’AGCI in questo contesto? Cosa auspica?

Altieri
La nostra Associazione riunisce imprese, ma anche banche (di credito cooperativo), legate strutturalmente al territorio. La peculiarità cooperativa di coniugare capitale e lavoro ci “costringe” a collegarci all’attività imprenditoriale più che al patrimonio. Abbiamo provato in prima persona ad affrontare il nocciolo dell’attività bancaria avendo anche noi una nostra banca, la Banca AGCI S.p.A. Siamo riusciti in questa sfida tenendo conto delle esigenze delle imprese e, contemporaneamente, adottando cautela sull’uso delle risorse, contenendo i rischi ed i costi di struttura.

Martinoli
Allora avete trovato la “formula” per risolvere il paradosso della patrimonializzazione?

Altieri
Non abbiamo questa presunzione, ma siamo convinti di esserci sforzati a fare bene, coscienti che operando con cautela si può certamente fare meglio.
Tuttavia, il problema centrale è un altro, quello del rapporto banca-impresa. Vi è la necessità di un linguaggio comune, come ho recentemente sottolineato in occasione di una tavola rotonda al Salone del Risparmio, che si è tenuto qualche mese fa a Milano. Tale linguaggio, espressione di una nuova cultura, dovrebbe consentire di spostare il dibattito e l’attenzione dalle esigenze patrimoniali a quelle imprenditoriali.

Martinoli
A suo giudizio come dovrebbe avvenire questo cambiamento culturale che faccia scaturire questo nuovo linguaggio?

Altieri
Le banche fanno poco uso di esperti d’impresa e, d’altro canto, le imprese sono ancora legate ad un concetto di imprenditorialità non adeguato ai nostri tempi. Ci troviamo davanti ad un sistema imprenditoriale arretrato, che non tiene conto delle innovazioni, legato al ricambio generazionale indipendentemente dalle capacità delle nuove leve, non aperto a competenze e capacità che possano venire dall’esterno attraverso il management.

Martinoli
Mi consenta di approfondire la sua risposta nelle due componenti che ha identificato, la banca e l’impresa. Che tipo di esperti secondo lei mancano in banca?

Altieri
Sono d’accordo che lo strumento principe per valutare le esigenze imprenditoriali siano i Business Plan. Ma spesso gli uffici che abbiano queste competenze non sono sufficientemente strutturati, forse per gli ingenti costi da essi richiesti per cui anche le grandi banche risultano poco attente a questi aspetti, concentrando le loro strutture solo sulle grandissime operazioni. Si sono votate all’ottimizzazione del processo di raccolta-impieghi attraverso la ricerca di garanzie in solido e reali. Viceversa, le banche più piccole che risulterebbero, poi, più sensibili alle esigenze delle piccole e medie imprese, che tra l'altro rappresentano la quasi totalità del sistema imprenditoriale italiano, hanno oggettive difficoltà a dotarsi di uffici. Il risultato che ne deriva è la presenza di ostacoli sempre meno sormontabili da parte delle piccole imprese ad accedere al mercato del credito.

Martinoli
E le deficienze delle imprese?

Altieri
Oltre alla già accennata arretratezza, abbiamo un sistema troppo polverizzato del quale ho parlato nel rispondere alla domanda precedente: tutto ciò non aiuta a costruire successo e a prevenire le difficoltà prodotte  dall'evoluzione dei tempi. La competizione la vince chi previene il cambiamento, non chi lo segue quando è avvenuto ed è ormai visibile a tutti. Inoltre, vi è anche un terzo attore che non ha aiutato: la politica. È dagli anni ’70 che non esiste più in Italia una politica industriale che crei le condizioni per favorire delle scelte. L’andamento dell’economia italiana deve essere opportunamente guidato e monitorato per consentirle performance apprezzabili; essa non è soggetta ad un destino al quale non ci si può sottrarre.

Martinoli
Cosa pensa del nuovo attore che si affaccia al mercato del credito alle aziende: gli operatori non bancari del mercato dei capitali?

Altieri
Sono preoccupato, non vedo una classe imprenditoriale preparata alle nuove interlocuzioni ed ai nuovi strumenti che questi attori propongono. Si rischia di appesantire le aziende ed affossare un sistema che pure potrebbe essere positivo per il mondo delle PMI. È un’economia florida e solida che produce e distribuisce ricchezza in maniera equa. La mancanza di attenzione verso l’imprenditorialità ed i piani industriali fa correre il rischio di arricchire pochi, i finanzieri, e impoverire tanti, le imprese prima di altri, perché mentre prima vi era un peso equivalente tra lavoro e capitale, oggi non è più così a scapito del primo.

Martinoli
In questo scenario quali sono state le performance e le proposte del sistema cooperativistico?

Altieri
Dai dati Istat in nostro possesso fino al 2012, dunque nel periodo più acuto della crisi, il sistema cooperativo ha contribuito in misura significativa al PIL, passando dall’8% al 12%, che è in parte giustificato dal calo delle altre tipologie d’imprese oltre che dall'aumento dei valori assoluti dei fatturati. Si consideri altresì che l’incremento del valore della produzione e dell’occupazione è stato del 2%. C’è anche da dire che, per le sue caratteristiche strutturali (ovvero l’assenza della conflittualità capitale/lavoro), la Cooperazione è anticiclica. Dunque, a tal proposito, il modello cooperativo suggerisce una modalità di sviluppo più solida: la socializzazione dei vantaggi, e non solo delle perdite, come avvenuto finora con i salvataggi delle banche.

Martinoli
Dunque maggiore “responsabilità sociale”?

Altieri
Mi fa sorridere questo termine perché troppo spesso è riferito a banalità, come se non fare falsi in bilancio o non ingannare fosse da considerare una virtù e non soltanto un dovere compiuto. Queste sono caratteristiche che dovrebbero appartenere a qualsiasi impresa, non eccellenze da documentare o ricercare. L’azienda, per definizione, ha una “responsabilità sociale”, in difetto della quale non produce quegli utili, abbondanti e stabili, di cui si parlava nel post e che sono alla base di una economia florida.

Martinoli
Allora questa responsabilità è equivalente a quelle di business e dovrebbe far parte della progettazione dell’attività d’impresa, descritta nei Business Plan, al pari delle altre attività?

Altieri
Esattamente, il “progetto d’impresa” deve contenere tutte le dimensioni. Solo così le previsioni economiche e finanziarie potranno essere credibili e sostenibili.

Martinoli
Vi sono degli ambiti dove il modello cooperativo può generare delle profonde innovazioni sociali, e non essere semplicemente un “altro modo” di fare impresa?

Altieri
Sì. Sono profondamente convinto che, nel campo dei servizi pubblici di qualsiasi tipo, oggi deficitari sotto tutti i punti di vista, vi sia la possibilità, grazie alla cooperazione di “comunità”, addirittura di sostituire intere municipalizzate che si occupano di trasporti, rifiuti, servizi sociali, servizi finanziari, ecc. con grande beneficio di efficienza ed efficacia per tutti.

Ci si permetta di proporre anche un nostro commento conclusivo. Crediamo che oggi alle banche ed alle imprese manchino le risorse cognitive necessarie per affrontare il tema dei loro rapporti reciproci in un ottica di sviluppo.
I 350 miliardi a cui sono giunte le sofferenze non sono il portato inevitabile della crisi. Sono il frutto di incapacità valutativa (della banche) e progettuale (delle imprese). Si supera questo problema non mandando a casa i vecchi banchieri e imprenditori da parte di ambiziosi ignoranti. Ma fornendo alle vecchie e nuove generazioni di banchieri ed imprenditori nuove risorse cognitive che permettano alla imprese di disegnare Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. Ed alle banche di saper valutare se e quanto questi Business Plan siano alti e forti. Le nuove risorse cognitive che servono sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che oggi sono pressoché sconosciute.

giovedì 28 maggio 2015

Ma di che impresa è la strategia di cui si parla?

di
Francesco Zanotti

Ricopio dal Sole24ore di oggi un brano del resoconto che una giornalista (Laura Galvagni) fa della strategia di una grande impresa, appena annunciata. Provate a leggere il testo e cercate di capire di che impresa si tratta. O, almeno, in che settore opera.

L’impresa XY deve conoscere i bisogni del Cliente e per farlo deve incrementare il tasso di dialogo e di confronto … (è di ieri la notizia che il gruppo sta trattando in esclusiva per l’acquisto di My Drive Solution, società specializzata nella profilazione dei clienti). Ciò può avvenire solo a fronte di cruciali investimenti in tecnologia utili anche a disegnare un nuovo portafoglio prodotti che vada incontro alle esigenze del mercato e dell’azienda. Il Gruppo ha messo in agenda da qui al 2018 1,5 miliardi di investimenti. Spesa che intende finanziare grazie al rigore che continuerà ad imporre sui costi, sono previsti 250 milioni di euro di risparmi l’anno, e con il contributo della cassa che verrà prodotta. Cassa che maturerà anche grazie alla ristrutturazione del portafoglio prodotti”.

Scommetto che non siete riusciti a capire né l’impresa né il settore.
Infatti si tratta di una strategia così generica che (salvo l’ammontare degli investimenti) va bene anche per il ristorante che sta al piano terra del palazzo da cui sto scrivendo questo post.
Poi parliamo di una crisi che ha colpito noi persone di buona volontà. La nostra è una crisi di banalità. E’ la nostra banalità che genera noia e, quindi, appunto, la crisi.


mercoledì 27 maggio 2015

Considerazioni finali 2015: almeno su due cose non siamo d’accordo

di
Francesco Zanotti

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E sono due cose non banali.
La prima riguarda la ripresa. Il Governatore (insieme a quasi tutti, in realtà) sostiene che la nostra economia è come una tigre in gabbia. Se la liberiamo, tornerà a fare balzi felini.
Dove non siamo d’accordo? Sul fatto che la nostra economia sia una tigre in gabbia che freme per tornare a dominare la giungla. E’ solo un vecchio gattone che si aspetta di essere mantenuto.
La crisi non è generata dal Fato, ma da scarsa capacità progettuale. Dalla crisi si esce fornendo a imprenditori e manager conoscenze e strumenti metodologici che ne aumentino la capacità progettuale in modo da avviare una rivoluzione strategica nelle imprese che la porti a costruire ed offrire prodotti e servizi radicalmente nuovi. Poi facciamo pure le riforme. Ma quali? Se siamo così sicuri che le riforme ci salveranno dovremmo essere d’accordo su quali riforme. Ma non lo siamo. Ed allora come facciamo a dire che le riforme si salveranno?
La secondo riguarda le banche. Alle banche occorre fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per le imprese. Se per le imprese è necessario riconoscere che la crisi non nasce da qualche malvagia divinità che si diverte a seminare il cammino del capitalismo di periodiche trappole, ma nasce dal basso: da strategia e pensieri conservativi, allora anche le sofferenze accumulate dalle banche nascono dalle stesse cause.
Più precisamente: da strumenti di valutazione del merito del credito che privilegiano il passato e non sanno guardare la futuro. sanno analizzare bilanci, ma non Business Plan.
Anche alle banche occorre fornire nuove conoscenze e strumenti metodologici per guardare al futuro.
Le conoscenze e le metodologie che occorre fornire a banche ed imprese sono costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.
In sintesi, forse anche riforme e bad bank. Ma soprattutto conoscenza. E prime di tutto alle classe dirigenti che sembrano anche loro grassi gattoni che vogliono essere mantenuti a spese di coloro che governano.


martedì 26 maggio 2015

Il nuovo testo unico per le crisi d’impresa

di
Francesco Zanotti

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Il Sole 24 Ore parla del nascente nuovo testo unico per le crisi d’impresa. E racconta dei suggerimenti dei giudici. Questi i suggerimenti per individuare con tempestività una crisi nascente: riguardano i conti del passato: mancati pagamenti dipendenti, IVA e contributi.

Forse sono importanti, ma secondo me non sono sufficienti. Occorre trovare “indicatori” che riguardino il futuro. L’indicatore principe è il Business Plan e la sua qualità. E quello che dice questo indicatore è semplice: nessuna impresa può sopravvivere in tempi di cambiamenti radicali senza disporre di Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. E’ un indicatore che dovrebbero usare le banche acquisendo una capacità di valutazione dei Business Plan che oggi non hanno. La predisposizione di un Business Plan che rispetti standard di qualità internazionali dovrebbe essere un obbligo che la Consob impone alle imprese quotate.

venerdì 22 maggio 2015

La sfida della Banda Larga

di
Francesco Zanotti


La prima domanda da farsi è: qual è il ruolo della banda larga all'interno del Progetto di Sviluppo del nostro Paese?
E’ una domanda alla quale non vi è risposta perché il nostro Paese ha mille leggi di stabilità, ma non un Progetto di Sviluppo.
Allora costruire un progetto per la banda larga (o larghissima) è come fare un progetto di sviluppo di una certa tecnologia in una impresa senza sapere, poi, cosa se ne farà.
L’ipotesi da cui tutti partono è che è evidente a cosa serva la banda larga. E, poiché è evidente a cosa serve, occorre solo decidere chi la fa.
E qui si scatena la bagarre che abbiamo visto nei giorni scorsi.
Che fare di fronte alla bagarre?
La mia proposta è che tutti che vogliono in qualche modo impicciarsi di questo tema presentino un Business Plan della loro società con dentro il progetto Banda Larga.
Purtroppo su cosa sia un Business Plan e cosa debba contenere grande è la confusione sotto il sole. E la qualità dei Business Plan attualmente sviluppati dalle più importanti società italiane (salvo qualche eccezione) non è che sia così eclatante: non sono progetti di Sviluppo, ma Budget professionali di continuità.
Allora è necessario che questi Business Plan utilizzino il modello più avanzato possibile che nasce solo dall'utilizzo delle più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.