"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

domenica 13 settembre 2015

Non facciamo retorica sugli imprenditori …

di
Francesco Zanotti

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.. ma facciamo scienza!
Oggi tutti sono felici (e a regione) per le due ragazze tenniste che hanno sbaragliato gli “Open” USA. Merito a loro ed alla organizzazione (famiglie comprese) che le hanno sostenute.
Ma non facciamone retorica imprenditoriale.
Oggi sul Sole24Ore Alessandro Merli (Un mix di qualità ed estro: così riparte l’economia) credo si lasci scivolare verso questa deriva. Soprattutto nella parte conclusiva.
Inneggia alla concorrenza tra le ragazze come fattore di successo.
E conclude che il made in Italy ce la può fare, ma solo con il talento, il sacrificio e il duro lavoro di Flavia e Roberta.
Attenzione, la concorrenza, intendendo questa parola in senso tecnico, è la sciocca metafora proposta da un furbetto del Management che si chiama M. Porter e che dai primi anni ’90 quasi tutti gli studi di strategia d’impresa stanno dimostrando non solo semplicistica, ma anche dannosa. Essa porta sempre a una competizione di prezzo che distrugge la capacità di generare cassa delle imprese. Un imprenditore che genera cassa non vince una competizione, ma produce e vende cose che non hanno concorrenti. Quando appaiono i concorrenti significa quello che fa non è più nuovo. E se non riesce a inventarsi ancora qualcosa di nuovo, ma accetta di competere, allora finisce nel buco nero della competizione di prezzo.
A meno che non si allarghi il concetto di competizione alla “naturale” predisposizione degli esseri umani a superarsi. Ma questa “naturalità” vale oggi solo per attività semplici come lo sport. L’arte non è mai competizione. Qualche volta gli artisti litigano come comari, ma i loro capolavori non sono mai in competizione. Sono “manufatti” che arricchiscono tutti insieme, cooperativamente, mi viene da dire, la Storia umana. Semplificando: non è che il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” si metta in competizione con che ne so … con “I Sepolcri” con l’obiettivo che nei licei se ne legga uno solo.
Torniamo all’imprenditore. Ecco, il fare imprese che generano cassa è come costruire opere d’arte. Il problema della crisi è che gli imprenditori hanno smesso di fare opere d’arte. Si abbarbicano al passato nella folle speranza di poter competere. E le imprese non producono più cassa.
Ma allora si torna alla esortazione di Merli: qualità ed estro.
No, è necessario scoprire come è possibile far sì che i nostri imprenditori ritornino a costruire imprese opera d’arte e chi decide di investire nelle imprese sappia riconoscere le opere d’arte.
E la ricetta è semplice: occorre fornire loro nuove risorse cognitive. Esse sono come un linguaggio nuovo che può permettere agli imprenditori di poter poetare. Quali sono queste risorse cognitive? Sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa e la nuova scienza che sta emergendo dalla crisi delle scienze classiche.


giovedì 10 settembre 2015

Come vanno i primi minibond?

di
Francesco Zanotti

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Ci siamo chiesti: ma come stanno andando le imprese che hanno emesso i primi minibond?
La domanda è legittima e la risposta significativa perché dalle prime emissioni sono oramai passati due anni che corrispondono a circa al 30/40 % della durata del prestito obbligazionario per queste stesse prime emissioni.
Poniamo la domanda in modo più concreto: le imprese che hanno emesso i minibond stanno aumentando la loro capacità di generare cassa in modo da riuscire a rimborsare i minibond nei tempi necessari?
Diciamo “stanno aumentando” perché l’obiettivo dell’emissione non era il mantenimento in vita di quelle imprese, ma il loro sviluppo.
I soldi sarebbero dovuti servire per fare delle “cose” che le avrebbero portate a produrre tanti soldi abbastanza (almeno) da riuscire a rimborsare il prestito.
Allora la domanda diventa: oggi, che le imprese devono aver fatto buona parte delle cose che hanno detto sarebbero servite al loro sviluppo, si stanno vedendo i frutti della fatica (delle imprese) e dell’investimento (dei sottoscrittori)?

Per cercare di rispondere a questa domanda, stiamo usando solo dati pubblici. Essi sono costituiti dai bilanci pubblicati. Non sono disponibili i Business Plan che hanno convinto i sottoscrittori di minibond a mettere mano al portafoglio. Certamente i sottoscrittori saranno in grado, disponendo dei Business Plan di fare meglio il punto di quanto accaduto e capire se il futuro permetterà alle imprese di rimborsare loro il prestito obbligazionario…
I primi risultati sono molto preoccupanti. Nei primi due anni le azioni svolte dalle imprese che hanno emesso minibond non sono state in grado di aumentare significativamente la loro capacità di generare cassa.
Saranno decisivi i prossimi anni. Ma quello che faranno le imprese nei prossimi anni dovrà essere realmente molto eclatante. Dovranno essere in grado di generare un improvviso e rilevantissimo aumento della loro capacità di generare cassa. Ci piacerebbe vedere i Business Plan in mano ai sottoscrittori … Ma detto questo ci viene in mente una domanda ancora più drammatica: questi Business Plan esistono? E se non esistono, i sottoscrittori su cosa si sono basati per decidere l’investimento? E come fanno oggi a decidere come sta andando il loro investimento?

Ci piacerebbe generalizzare il discorso alle ristrutturazioni del debito. E vedere non tanto quante promesse sono state disattese, ma la qualità di questa promesse. La qualità dei Business Plan su cui si è basata la decisione di ristrutturare il debito.


giovedì 3 settembre 2015

Stiamo uscendo dalla crisi grazie a uno 0,3%? A conferma dei dubbi…

di
Francesco Zanotti
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Oggi in una intervista al Corriere, Giuseppe Pisauro, Presidente dell’Ufficio Parlamentare del Bilancio, rivela che “A determinare la variazione del PIL, alla fine è la ricostituzione delle scorte. Cresciute moltissimo, da parte delle imprese".
L amia domanda di ieri (ma l’aumento del PIL significa un aumento della cassa prodotta) la riposta è chiara: no!
Non si sa neanche se vi sarà un aumento del fatturato.
Di certo, però, vi sarà un aumento dell’indebitamento delle imprese. Ed un aumento del rischio delle banche.

Non si può chiamare crescita un aumento dei debiti …

mercoledì 2 settembre 2015

Stiamo uscendo dalla crisi grazie a uno 0,3%?

di
Francesco Zanotti

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Il Governo afferma che l’aumento evidenziato dall’Istat del PIL sta ad indicare che “L’Italia sta ripartendo”.
E’ vero?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe innanzitutto discutere della precisione dei dati disponibili, della loro coerenza temporale etc. Il poter distinguere tra decimali (cioè affermare che 0,3 è significativamente diverso da zero) richiede strumenti e processi di misurazione molto accurati. Ma lascio questo tema alla discussione degli esperti.

Poi bisogna ricordare cosa contiene il PIL. La formula è PIL = C + G + I +X – M.
Tra le cose che formano il PIL vi è, ad esempio, anche “G” che è la Spesa dello Stato. Proprio quella che vorremmo diminuire. La domanda è: quale di queste voci ha contribuito all’aumento dello 0,3 % del PIL. Fa molta differenza se l’aumento dipende da una voce o dall’altra.

Ancora, bisogna capire se abbiamo qualche merito in questo aumento del PIL. Soprattutto se c’entrano e perché dovrebbero c’entrarci a breve (infatti stiamo parlando di una variazione a breve e discutiamo delle cause di questa variazione a breve) riforme come la riforma istituzionale. Il Presidente di Confindustria Squinzi sostiene esplicitamente che l’aumento del PIL non è merito nostro, ma del calo del prezzo del petrolio, della svalutazione dell’Euro rispetto al Dollaro e dal QE della BCE. Se è vero, cosa accadrà quando questi fattori cambieranno? Mica possiamo giocare il nostro futuro, ad esempio, sul fatto che l’Euro continui a svalutarsi.

Da ultimo, ma secondo me più importante: all’aumento di fatturato delle imprese (se è questa effettivamente la voce del PIL che è aumentata) corrisponde un aumento della capacità di generare cassa delle imprese? Se così non è, ad un aumento del PIL corrisponde un aumento dell’indebitamento. Se guardate alle condizioni di pagamento con le quali vengono vendute, ad esempio, le auto che sembra abbiano dato un grande contributo all’aumento del PIL di cui stiamo discutendo, non si tarda a riconoscere che questo modo di vendere (cioè di generare PIL)  peggiora la generazione di cassa del produttore. Purtroppo non vi sono dati sulla produzione di cassa.
Quindi?
Quindi, proviamo a cercare di capire come sta andando la varabile che, da sempre, ha fatto la differenza: la qualità della progettualità strategica delle nostre imprese. Essa va mediamente malissimo. Una delle più rilevanti conferme di questa affermazione la si ottiene guardando ai rating che abbiamo assegnato alle imprese più importanti del nostro Paese: le Società dell’Indice FTSE Mib di Borsa Italiana. Rating desolanti: invece di progettualità.

Se la progettualità strategica va malissimo, significa che nessuno sta progettando un nuovo futuro, ma si spera di uscire dalla crisi con un ritorno del mondo al passato. Follia, anche non desiderabile. 

venerdì 28 agosto 2015

Anche negli USA si progetta poco: il caso "Shares Buyback"

di
Luciano Martinoli


Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul fenomeno dello Shares Buyback ovvero del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi aziende americane quotate in Borsa. E' un dibattito che si sta sviluppando, sia negli ambienti finanziari che in quelli politici, in quanto tale pratica comporta l'uso di risorse aziendali notevoli (si parla di 7000 miliardi di dollari dal 2003 al 2012), Tutti questi soldi potevano essere utilizzati in maniera diversa?

martedì 25 agosto 2015

Le crisi sempre insensate delle Borse

di
Francesco Zanotti


Il problema di fondo delle borse è il valore del sottostante.
I titoli sono carta. Ma rappresentano qualcosa. Nel caso più semplice: le azioni rappresentano pezzi di impresa. Per complicare un po’ le cose: un future rappresenta materie prime o commodities.
Il valore del titolo è rappresentato dalla quantità di moneta che si è disposti a scambiare per il possesso del sottostante. Il problema è allora quello di capire quale sia la quantità di moneta per ogni titolo. Questo problema è complicato dal fatto che occorre valutare anche il valore della moneta che non è universale e non è stabile. Posso esprimere il valore di un pezzo di impresa in Euro (posso denominare il valore dell’azione in Euro), ma il valore dell’Euro non è stabile.
Tutto questo è già complicato per conto suo. Ma esiste una ulteriore fonte di complicazione: i titoli che vengono scambiati sono sempre più slegati da qualche sottostante. Un derivato lo si può comprare ad una certa cifra, ma si capisce sempre meno quale sia il sottostante di quel derivato.

Detto questo, come interpretare una crisi finanziaria?
Occorre usare strumenti concettuali nuovi.
Fondamentale è la teoria dei sistemi autopoietici. Usandola si capisce che quando si attiva un mercato di scambio di titoli, si va a costituire un sistema autopoietico che auto evolve generando oggetti sempre più differenziati e complessi e sempre più sganciati da riferimenti esterni. Il fatto che si costruiscano titoli sempre più oscuri non è generato tanto da perversione o cattive intenzioni, ma da leggi sistemiche. Quando si costruisce un sistema autopoietico non può che accadere questo. Non ha importanza come lo regolamentate, è sempre un crescente scollamento col sottostante.
Da dove derivano le crisi? Quando qualcuno, direttamente o indirettamente dice “vedo”. Cioè si pone il problema di controllare se il valore del sottostante corrisponde al valore del titolo, al netto del valore della moneta di denominazione. Proprio perché un sistema finanziario è un sistema autopoietico, il valore non può mai coincidere. Quindi, dato un qualunque mercato finanziario, esso cadrà in crisi quando qualcuno si chiede quale sia il valore dei titoli che scambia.

Soluzione? Costringere sempre chi vende un titolo ad esprimerne il prezzo in termini del valore del sottostante e dei trend di evoluzione del suo valore.
Che è il modo per ricompattare finanza ed economia.

Ma se nessuno dice vedo, come evolve il valore di un titolo? E’ necessario capire quali sono i processi di evoluzione interni di un sistema autopoietico. Per farlo si stanno iniziando ad usare le concettualizzazioni della fisica quantistica.
Si sta apprendendo dalla meccanica quantistica (la prima forma della fisica quantistica) che ogni processo e strumento di misurazione influisce sul valore misurato.

Si stanno usando anche i modi di pensare tipici della teoria quantistica dei campi (la forma attuale della fisica quantistica) come ad esempio i processi di rottura di simmetria e il formarsi di “Bosoni di Goldstone”.