"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

sabato 29 aprile 2017

Le dichiarazioni dei vertici aziendali: indicazioni strategiche o "vaporware"?

di
Luciano Martinoli


Le dichiarazioni rilasciate dai vertici aziendali di alcune principali imprese italiane, in occasione delle recenti assemblee per i bilanci o pubblicazioni di risultati trimestrali, denunciano incongruenze e contraddizioni laddove riguardino la strategia dell'azienda. Una ulteriore dimostrazione della necessità di linguaggi evoluti in questo ambito. Ma è solo questione di comunicazione o, come sempre accade in caso di tali deficit, anche di capacità di progettazione?

Frequentemente in occasione di eventi istituzionali, i vertici aziendali si lasciano andare a dichiarazioni estemporanee, o indotte da insistenti domande dell'uditorio, sulla Strategia dell'azienda che rappresentano. A volte (molto spesso) tali dichiarazioni non trovano corrispondenza nella "madre di tutti i documenti" che dovrebbe contenerle: i Business Plan "Professionali" (laddove redatti e resi pubblici). Non solo, tali dichiarazioni sono slegate dai contesti, soggette a libere interpretazioni dei presenti, e della stampa che ne costruisce la notizia del caso, e, non essendo supportate dal documento principe (Il Business Plan Professionale appunto), vagano liberamente e pericolosamente nel mercato e nell'organizzazione aziendale interna.

venerdì 28 aprile 2017

Il contributo del prof. Minenna e un mio commento

Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito sui percorsi di innovazione del sistema bancario, abbiamo invitato il Prof. Minenna a parteciparvi e lui ha accettato. Ringrazio quindi il professore per aver accolto il nostro invito e, soprattutto, per la profondità e la ricchezza del materiale inviatoci. Da ultimo lo ringrazio anche perché mi ha dato un “assist” molto autorevole per proporre alcune idee che ritengo decisive.

Il Prof Minenna ci ha inviato:
1.       versione estesa dell’articolo del Corriere che ha pubblicato su “Gli Stati Generali”


2.       link ad un suo intervento durante un convegno alla sala biblioteca del Senato

3.       link al suo intervento al convegno NPL Summit di Milano


Abbiamo provato a proporre alcuni passi rilevanti del suo documento scritto. In particolare l’ultimo passo che proponiamo è quello che mi fornisce l’assist di cui dicevo.

"In Italia comunque la situazione rimane oltremodo complessa. Il dato complessivo più preoccupante è relativo alle sofferenze, cioè a quei crediti deteriorati la cui probabilità di recupero è molto bassa o quasi nulla per via dell’acclarata difficoltà del debitore a far fronte ai propri impegni (i.e. se un’impresa è in stato di decozione evidenziato dal fallimento o da altra procedura concorsuale). Il dato di gennaio 2017 indica uno stock complessivo di circa 200 miliardi di € di sofferenze lorde "

"ci sono, infatti, delle ricadute negative sul tessuto economico-produttivo derivanti dal cambio della proprietà del credito. Si passa dalla banca, interessata al recupero del credito attraverso un’interazione costruttiva con l’impresa salvaguardando l’attività produttiva, alla “società avvoltoio” motivata a “spremere” valore dal credito in un tempo più breve (che può scendere anche a soli 7 anni), anche attraverso il ricorso accelerato a procedure esecutive di varia natura. Per un’impresa già in difficoltà per via della crisi e della stretta creditizia ma che ha ancora del potenziale produttivo, l’interazione con la nuova controparte (il vulture fund) può solo nuocere alla residua capacità di resistere sul mercato. Questo fenomeno assume ancora più valenza se consideriamo che le imprese che si trovano in questa situazione sono rimaste assai poche, visto che la maggioranza delle sofferenze riguarda soggetti da tempo non più economicamente vitali. 
Se il fondo avvoltoio che generalmente ha sede all’estero riesce a recuperare con successo delle risorse, queste andrebbero, tra l’altro, a remunerare investitori che sono al di fuori del circuito economico nazionale; in sostanza si realizza un trasferimento all’estero di ricchezza nazionale.
A questo si aggiunge che questa strategia implica dei costi per l’erario in termini di mancati introiti fiscali, che si aggiungono al mancato gettito derivante dall’inadempienza originaria del debitore. In definitiva, a causa delle maggiori perdite che le banche sono costrette a contabilizzare, i contribuenti, come vedremo meglio più avanti, pagano un “conto salato” sia per la crisi dell’impresa che per la dismissione del credito deteriorato al vulture fund.
Questo circolo vizioso si sta da anni pericolosamente affacciando sulla scena nazionale con evidenti effetti sulla tenuta del nostro sistema produttivo; i dati sul fallimento delle imprese non sono affatto incoraggianti, per quanto ci sia stata una crescita delle procedure di amministrazione straordinaria su base volontaria."

....il decreto salva imprese.. "dal presupposto di superare la contabilizzazione a valore nominale del rapporto creditizio banca-impresa nel momento in cui si proceda ad una sua svalutazione.
In questa prospettiva appare ragionevole prevedere una nuova contabilità che “sincronizzi” i bilanci della banca e dell’impresa al valore del credito svalutato. In altri termini, il valore nominale del rapporto creditizio nel bilancio tanto della banca quanto dell’impresa va aggiornato per riflettere il processo di svalutazione del NPL definito dalla banca.
Quanti potrebbero essere i costi finanziari effettivi?
Presumibilmente, usando parametri meno rigidi e che tengano conto del prevedibile superamento del credit crunch si può stimare che il costo si assesterebbe però su valori intorno ai 5 miliardi €. Va da sé che tali costi verrebbero medio termine compensati dal ritrovato gettito fiscale delle imprese per le quali il provvedimento dispiegherà la sua efficacia.
In definitiva, il “Salva-Imprese” rappresenta una soluzione dirompente anche se atipica dal punto di vista delle policy economiche convenzionali. Se applicato con successo, si potrebbe prendere in considerazione l’estensione a livello europeo, dove il bacino complessivo delle sofferenze supera ampiamente i 1.000 miliardi di €.

L’assist
Sono sempre più convinto che dalla crisi si esca pensando a soluzioni che siano realmente “out of the box”.

Professore, la tesi che stiamo sostenendo è proprio “out of the box”. E’ la tesi che  pensiamo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenza e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.
Ora il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembra proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti.

giovedì 27 aprile 2017

Parliamo di auto. Usando “risorse cognitive inusitate”

di
Francesco Zanotti

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Le risorse cognitive inusitate come le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Usandole anche il discorso di un economista industriale (il Prof. Berta) dimostra limiti importanti. Soprattutto quando si guarda al futuro.

L’occasione di questo post mi è fornita dall’analisi dei risultati FCA che il Prof. Berta propone oggi sul Sole24Ore.
Quali sono le conoscenze e le metodologia d’impresa che ho utilizzato per commentare l’articolo del Prof. Berta?
Semplicemente modelli avanzati di definizione del Business, di classificazione delle strategie, di
Stakeholder management. Anche perché in un post non posso fare un ragionamento completo.

Cominciamo dalla definizione del business. Ad un primo livello di analisi (l’unica cosa che un post può fare) forse anche modelli meno sofisticati dei nostri di definizione del business basterebbero. Forse basta anche solo il concetto di unità di Business, intendendo con questo termine i “pezzi” di una impresa che hanno autonomia strategica. O, se meglio preferite, i “pezzi” di una impresa che il mondo esterno vede come indipendenti.
Il prof. Berta considera il gruppo FCA come un’unica unità di business. Infatti ritiene rilevante la dimensione del Gruppo nella sua interezza rispetto ai concorrenti. Considerando questa come la variabile strategicamente più rilevante.
Ora, è ovvio che la “quota di mercato” ha senso per le produzioni di massa, come insegna la curva di esperienza. Ha senso perché più si producono auto, meno costa il produrle. Ma non ha senso per altri tipi di vetture.
Se consideriamo le grandi tipologie di vetture come unità di business, la quota di mercato cambia completamente ruolo. Le Ferrari non si vendono perché la Ferrari ha una quota di mercato (nel suo mercato specifico) alta. Anzi è proprio il contrario: è il fatto che alle Ferrari viene riconosciuta unicità che le fanno vendere tanto e bene (in termini non solo di fatturato, ma anche di utili e di flussi di cassa). Non è neanche importante che Ferrari appartenga al gruppo FCA. Anzi ancora una volta vale il contrario: è il Gruppo FCA che considera Ferrari come un fiore all’occhiello. Allora per giudicare il Gruppo FCA sarebbe necessario disporre di una descrizione delle diverse unità di Business che non è disponibile.
Un altro problema è che pensando in termini di Unità di Business porta a concludere che sono necessarie strategie differenziate per diverse unità di business, mentre il Prof. Berta individua ancora una volta un’unica strategia complessiva che è sostanzialmente una strategia di efficienza che permetta di affrontare battaglie di prezzo.
Ancora una volta per Ferrari le cose non stanno così. Il suo obiettivo non è tanto l’efficienza (ovvio che è in qualche misura è utile), ma soprattutto quello di mantenere la sua unicità.
Da ultimo il futuro, tema nel quale sono essenziali gli stakeholder. Per quanto riguarda il futuro, il Prof. Berta pensa che esso sia ancora oscuro (cioè pensa che non si può sapere che pesci pigliare) e che esso dipenderà sia dallo sviluppo tecnologico che dall’ingresso di nuovi concorrenti. Si può essere solo reattivi verso il futuro che si sviluppa … ecco non si capisce, però, bene chi costruisce questo futuro ..
E’ qui il cambio di “mentalità” che le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa suggeriscono. Il futuro non accade per caso, ma perché siamo noi a costruirlo. E’ oscuro perché nessuno ha un progetto relativo al significato futuro del trasporto individuale. Riuscirà a costruire questo progetto (e ristrutturare “esistenzialmente” il settore automotive) non chi recluterà gli esperti migliori, ma chi coinvolgerà dipendenti e clienti in un grande progetto di invenzione del ruolo futuro dell’auto nel trasporto individuale.
Certo che il progresso tecnologico sarà importante, ma non se deve fare un discorso mitico. Innanzitutto non esiste un progresso tecnologico già definito. Per cui il nostro compito è quello di definirlo, non semplicemente di percorrere un qualche sentiero non tracciato. E, poi, la tecnologia è sempre e solo uno strumento che ha bisogno di un progetto che dia significato.
Io credo che è lo stesso processo di progettualità sociale che darà le direttive di sviluppo del progresso tecnologico.

mercoledì 26 aprile 2017

Lettera ai sindacati su Alitalia: è un banale problema di “non conoscenza”. Eliminiamolo!

di
Francesco Zanotti

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Per redigere un piano industriale sono necessarie conoscenze e metodologie particolari che sono rese disponibili da quell’area disciplinare che si chiama strategia d'impresa. Purtroppo la terminologia non aiuta. Si usa lo stesso nome “strategia d’impresa” per indicare le strategie effettive di una impresa e le conoscenze e le metodologie necessarie per svilupparle. Allora, per chiarire, diciamo che per sviluppare strategie (più specificatamente: piani industriali) servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.
Fare Piani industriali senza usare queste competenze è come voler fare il chirurgo senza conoscere l’anatomia o il contabile senza conoscere la contabilità.
Purtroppo coloro che oggi si mettono a fare Piani industriali (dalle banche fino ai mega-manager ed i mega presidenti per tutte le stagioni) non dispongono di queste conoscenze e metodologie. Anche coloro che nel passato hanno sviluppato i Piani di Alitalia non disponevano di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, con i risultati di cui tutti stiamo pagando lo scotto. In una dichiarazione di ieri la Signora Camusso ha sostenuto che le banche la devono piantarla con prassi liquidatorie. Signora, ha ragione, ma non possono farlo. Per ragionare in un’ottica di sviluppo sarebbe necessario usare conoscenze e metodologie di strategia d’impresa di cui non dispongono.
Allora tutti coloro che sono impegnati nel superare costruttivamente la crisi di Alitalia devono assicurarsi che coloro che redigono qualunque piano dispongano delle conoscenze e delle metodologie necessarie a farlo.
Di più: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa ci hanno permesso di sviluppare strumenti di valutazione dei Piani industriali: un Rating dei Business Plan. Da circa 5 anni assegniamo questo rating alle società degli indici FTSE Mib e Star di Borsa Italiana. Rendiamo disponibile questa metodologia di Rating a tutti coloro che desiderano un giudizio terzo e professionale su tutti i Piani che si dovranno sviluppare in questi giorni.

martedì 25 aprile 2017

Alitalia: una progettazione strategica da dilettanti a spese di tutti

di
Francesco Zanotti

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Vi fareste operare da un chirurgo che non conosce l’anatomia? Ovviamente, no, per evitare drammi! Meno drammaticamente, affidereste la vostra contabilità a chi non conosce la scienza della contabilità? Ovviamente no per evitare guai! Affidereste la formulazione di un Piano Industriale a chi non sa nulla di strategia d’impresa? Ovviamente sì, tanto paga pantalone …

La strategia d’impresa è un’area disciplinare come le altre: ha i suoi libri e riviste di riferimento, i suoi profeti … Essa fornisce gli strumenti concettuali per definire Piani industriali professionali. Stendere un Piano industriale senza usare le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa è come fare il chirurgo senza conoscere l’anatomia o il commercialista senza conoscere la contabilità. Ora i Piani industriali di Alitalia sono stati redatti senza usare le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Non sorprendiamoci se poi non si realizzano.
Io propongo di riesaminare i Piani industriali del passato, verificare il loro livello professionale. E poi chiedere i danni a coloro che hanno redatto Piani industriali senza averne le competenze.

lunedì 24 aprile 2017

Continuando il dibattito: che ne pensa Prof. Minenna?


di
Francesco Zanotti
Francesco.zanotti@expoconoscenza.org f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com


Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito, sui percorsi di innovazione del sistema bancario. Abbiamo autorevolmente coinvolto l’ABI:

La risposta del Dott. Torriero Vice Direttore generale dell’ABI Chiediamo ora un contributo al Prof. Minenna che oggi su ’’Economia” del Corriere della Sera  avanza una proposta innovativa per la contabilizzazione delle sofferenze che ci sembra sia complementare alle nostre tesi.

Egregio Professore,
la tesi che stiamo sostenendo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenze e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo che nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.

Ora, il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembrano proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti. Che ne dice?

venerdì 21 aprile 2017

La risposta del Dott. Torriero Vice Direttore generale dell’ABI




In risposta alla mia Lettera Aperta (Le banche fanno davvero tutto il possibile? Lettera aperta ad Antonio Patuelli Presidente ABI) al Presidente dell’ABI Antonio Pattuelli riceviamo una cortese ed autorevole risposta, dal Dott. Gianfranco Torriero Vice Direttore generale ABI che volentieri pubblichiamo. Al Dott. Torriero i nostri ringraziamenti.
Per una di quelle coincidenze che accadono quando si riescono a cogliere i Segni dei Tempi, abbiamo organizzato un Seminario (si può accedere alla brochure descrittiva da QUI) dove presentiamo una nostra sintesi del tutto inedita a livello internazionale sulle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che sono state oggetto della mia lettera e della risposta del dott. Torriero. Perché organizzato in spirito di servizio verso il sistema bancario, la partecipazione al seminario è gratuita
Francesco Zanotti

Caro dott. Zanotti,
abbiamo letto con interesse la sua lettera aperta. Il problema che lei solleva è trasversale a tutti i settori economici e a tutte le imprese.
In questa fase la rivoluzione indotta dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione rende sempre più necessario che chiunque gestisca una impresa sia sempre più pronto a cogliere i cambiamenti, le opportunità di nuovi business, a fronteggiare i rischi che derivano da mutamenti sempre più rapidi, a confrontarsi con la presenza di nuovi e agguerriti competitori.
I bisogni rappresentati da coloro che domandano beni e servizi si evolvono nel continuo. Nuovi equilibri tra domanda e offerta si vanno creando. 
La capacità di singole imprese e di specifici settori di rimanere nel mercato si fonda proprio nella capacità di adattarsi a questi mutamenti, gestendoli. Per fare tutto ciò, le competenze e il loro continuo aggiornamento sono un fattore critico per il successo dell’intrapresa.
Nel settore bancario, il grado di complessità aumenta per la presenza di normative particolarmente pervasive, per la presenza di molteplici autorità di vigilanza.
Le politiche creditizie sono un fattore che discrimina sulla capacità delle banche di sostenere l’economia, di sostenerla nel tempo, in modo efficace. Sono un fattore altamente competitivo.
Indubbiamente all’interno delle politiche creditizie le conoscenze e le metodologie più adeguate per cogliere le strategie di impresa sono rilevanti. Le singole banche stanno investendo sempre più su questi aspetti. Il suo richiamo è sicuramente uno stimolo positivo. Le banche come le altre imprese si pongono necessariamente obiettivi sfidanti per essere sempre più competitive, in un mercato non più solo nazionale.
Ringraziando della riflessione proposta, cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti.

Gianfranco Torriero
Vice direttore generale ABI



mercoledì 19 aprile 2017

La tecnologia non è una strategia: il caso dei trader finanziari

di
Luciano Martinoli


Troppo spesso la tecnologia viene interpretata, e comunicata, come una scelta strategica. Essa invece rappresenta uno strumento per realizzare una strategia. Il caso dei trader finanziari contribuisce a chiarire questa confusione.

Esistono solo cinque strategie e basta. Ogni strategia aziendale, o meglio di una sua business unit, può essere ricondotta ad una di esse o, più correttamente, ad un loro mix.

La prima strategia, la più nobile, quella che dovrebbero periodicamente adottare tutte le imprese, è quella "imprenditoriale". In questo caso la sfida è creare un nuovo "mondo": un mercato prima inesistente. E' la più rischiosa ovviamente ma, in caso di successo, la più remunerativa in assoluto.

martedì 18 aprile 2017

Il lavoro e i giovani: giù le mani dal futuro!

di
Francesco Zanotti

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Tre persone degnissime oggi sul Sole24Ore affrontano il tema dei lavori dei giovani e propongono la loro ricetta …. Ma è dirigista! Se fossi un giovane, direi: giù le mani dal mio futuro.

La ricetta sembra ragionevole, anche se fino ad un certo punto. Cito una frase che mi sembra esprima questo dirigismo del futuro “dare indicazioni (mia nota: ma chi deve dare questa indicazione? Qualche ente o soggetto tecnico o politico?) su esiti dei percorsi scolastici e profilo di studi tipici per ogni lavoro, da diffondere in logica open data”.
Se fossi un giovane obietterei sul grande e sul piccolo.
Sul grande: ma voi state parlando di proiettare la società esistente sul futuro. Io non ho nessuna voglia di farlo. Tocca a me progettare il futuro. E voglio un futuro diverso dal presente che voi invece volete proporre sul futuro.
Sul piccolo: ma supponiamo che il mondo sia destinato a perpetuarsi così come è oggi. Ma mi volete raccontare davvero come è il mondo oggi? Al mio insegnante di matematica (l’area di conoscenza di fondo della scienza e della tecnologia) ho chiesto chi erano Hilbert e Godel, e cosa sia il programma di Langlands e non mi ha saputo rispondere …
Cari aspiranti programmatori del mio futuro, sappiate che se davvero la scuola cominciasse a raccontarmi la conoscenza di oggi scoprireste che il vostro dirigismo pseudoscientifico è roba da antichi borghesi della belle époque, per di più poco informati.
Davvero: giù le mani dal mio futuro, che a quello ci penso io.

domenica 16 aprile 2017

Resurrezione anche cognitiva per una nuova industry 4.0

di
Francesco Zanotti

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Non considerate stupidotto questo accostamento. Anche nella della conoscenza è necessaria una resurrezione. Oggi stiamo sopraffatti da tanta “fake Knowledge” che la necessità di una resurrezione diventa sempre più rilevante. Uno degli episodi di questa resurrezione è il superare le idee sballate sul digitale …

L’idea mi è venuta stamattina leggendo un articolo sulla Domenica del Sole24ore. Parla di sfide per i supercomputer. Riporto una frase che è una delle migliori sintesi di luoghi comuni sbagliati. Sono i luoghi comuni che purtroppo stanno alla base di presunte rivoluzioni come l’Industry 4.0 e che se non vengono estirpati, porteranno al fallimento di questa idea.
Ecco la frase
“ … il futuro del supercalcolo basato su di un fisica completamente differente da quella usata da Turing per immaginare l’architettura alla base della nostra idea di computer”.
Cominciano … Innanzitutto, il modello della macchina di Turing è “fisica free”. Si può costruire anche una macchina di Turing fatta di essere umani: basta che accettino di funzionare come interruttori.
La meccanica quantistica viene già oggi usata in tutte quelle machine di Turing che sono costruite con transistor a semiconduttori. Cioè in tutti i computer costruiti e venduti negli ultimi 50 anni. Nei computer quantistici vengono usati altri fenomeni quantistici, ma sempre finalizzati a realizzare macchine di Turing. Si aumenta la velocità di calcolo, non il tipo di calcolo.
Da ultimo, Turing non ha sviluppato l’architettura dei computer attuali: è stato John Von Neumann e l’ha presentata in una delle famose “Macy Conferences”.

Allora l’industry 4.0 … Se non si ha una idea esatta di cosa sia un computer digitale (cosa può fare e cosa non può fare) si rischia di usarlo per tentare il compito impossibile, sognato da Taylor, di immaginare il futuro dell’industria come un tentativo di costruire macchine produttive “people free”.  Taylor cercava di proceduralizzare tutto per suoi problemi psicologici di fondo. Non cerchiamo di fondare il futuro dell’industria su problemi cognitivi di fondo

venerdì 14 aprile 2017

Le banche fanno davvero tutto il possibile? Lettera aperta ad Antonio Patuelli Presidente ABI

di
Francesco Zanotti

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Caro Presidente, certo non mancano buona volontà e impegno. Ma essi vengono depotenziati dal non uso di risorse di conoscenza indispensabili. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste risorse di conoscenza …

Un paio di giorni fa sul Sole24Ore il Presidente dell’ABI Antonio Patuelli orgogliosamente rivendicava il fatto che le banche ci stanno mettendo tutta la loro buona volontà, tutto il loro impegno per superare l’attuale fase problematica in cui versa il sistema bancario.
Caro Presidente, è certamente vero! I problemi di malversazione o di incapacità sono casi isolati che non sono in grado di compromettere la stabilità del sistema bancario.
Purtroppo, però, buona volontà ed impegno non bastano. Servono le risorse di conoscenza per rendere efficaci buona volontà ed impegno. Ed oggi sono necessarie risorse di conoscenza che non sono non sono nella disponibilità delle banche, ma delle quali è anche difficilissimo parlare …
Mi lasci fare un esempio. Quando sono apparsi i transistor è andata in crisi una intera generazione di esperti di elettronica. Soprattutto di tecnici. Non è che avevano perso buona volontà ed impegno, anzi moltiplicavano gli sforzi. Ma usavano le conoscenze del “mondo della valvole termoioniche” per “aggiustare” sistemi elettronici fatti di transistor. E le differenze sono grandi: i transistor funzionano con pochi volt in continua, mentre le valvole termoioniche lavorano a centinaia di volt in alternata. I nuovo tecnici si sono dovuti immergere nel mondo dei “transistor”.
Caro Presidente, la stessa cosa sta accadendo con le banche. Esse si fondano su di una cultura patrimonial-finanziaria che funziona in sistemi economici stabili: il passato è una riproduzione del futuro. Se una impresa è solida, allora la si può finanziare.
Ora non viviamo in un mondo stabile. Una impresa solida oggi non è detto che lo sarà in futuro. Anzi, non lo sarà certamente se non intraprenderà un processo di cambiamento continuo. Il discriminate, allora, sono i progetti di futuro. Ora, per valutare i progetti di futuro servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che non sono nella disponibilità delle banche. E’ la non disponibilità di queste conoscenze e metodologie che ha impedito negli ultimi anni di scegliere le imprese da finanziare. E’ questa non disponibilità che non potrà che generare ulteriori “sofferenze”.
Caro Presidente, le scrivo non solo per evidenziarle questo problema, ma anche per evidenziarle il meta-problema connesso: di questa mancanza di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa è difficilissimo anche discuterne. Infatti anche con tutta l’impegno e la buona volontà del mondo, come si fa a discutere di cose che non si sa neanche che esistano?
Che ne dice del problema: le banche non dispongono di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa?
Che ne dice del meta-problema: è difficilissimo anche discuterne?
Se non affrontiamo problema e meta problema continueremo a ripatrimonializzare un sistema che, nonostante buona volontà ed impegno, è come se navigasse alla cieca verso il futuro.



mercoledì 12 aprile 2017

Investitori: ciechi scommettitori o lucidi visionari? Il caso Tesla

di
Luciano Martinoli

L'iper valutazione di Tesla in Borsa sta facendo discutere ancora una volta sulla follia di Wall Street. Oppure vi è una lettura diversa del fenomeno che andrebbe valorizzata?

Tesla è un costruttore americano di auto interamente elettriche. E' notizia recente che la sua valutazione in Borsa ha superato quella di General Motors diventando così la più grande del settore, per capitalizzazione. Come è possibile per un'azienda che l'anno scorso ha fatturato 7 miliardi di dollari perdendone 700 milioni laddove i titolati concorrenti, GM, FORD e FCA, ne hanno fatturato tutti più di 100 miliardi con un utile complessivo di oltre 10?

martedì 11 aprile 2017

PIR e progettualità strategica

di
Francesco Zanotti

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Il Sole24Ore spiega che i PIR, pur in diverse forme, dovranno canalizzare flussi finanziari verso le PMI. E se poi queste falliscono? Ecco che entra in ballo la necessità di valutare la progettualità strategica delle imprese.

La parola chiave è “lungo termine”. Caro il mio risparmiatore i tuoi soldi rimarranno bloccati nelle imprese per cinque anni. Ti verranno restituiti con un surplus tanto più quanto più le imprese nelle quali hai investito andranno bene.
Allora la domanda è: come si fa a scegliere le imprese che nei prossimi cinque anni andranno bene e distinguerle da quelle che andranno male?
La risposta tradizionale è semplice, ma sbagliata: si finanziano imprese che fino ad oggi sono andate bene. Esse vengono scelte guardando i risultati passati o affidandosi al giudizio di esperti di settore.
E' sbagliata perché la conservazione non costruisce sviluppo. Se le imprese sono andate bene nel passato, nulla garantisce che andranno bene nel futuro. Soprattutto in periodi di grande cambiamento.
Tra le imprese che sono andate bene nel passato solo una piccola parte andrà bene nel futuro. E sarà costituita da quelle imprese che costruiranno nel futuro (usando i soldi che in esse vengono investiti) una proposta di mercato alta e forte. Per individuarle non serve guardare ai numeri del passato e neanche inventarsi i numeri del futuro. Massimamente rischioso è affidarsi agli esperti di settore che, per definizione, giudicano in base alla loro esperienze passato. Sono conservatori cognitivi all’interno di una strategia complessiva di conservazione.
Serve, invece, valutare se si prefiggono di costruire una proposta di mercato alta e forte. Serve una capacità di valutare la loro progettualità strategica
Per compiere questa valutazione non bastano competenze contabili o finanziarie. Non basta neanche abbandonare l’“analisi tecnica” dei titoli e non basta neppue l’analisi fondamentale, almeno come è intesa oggi. Servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa avanzate. Non bastano, però, approcci dilettanteschi del tipo “Business Model Canvas” o “Oceano blu”. O modelli superati come il modello della strategia competitiva di M. Porter.
Non è questa la sede per descrivere queste conoscenze e metodologie. Il lettore di questo blog sa che nel blog stesso vi è molto materiale che descrive le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, adatte a valutare le proposte di mercato di imprese complesse.
Messaggio conclusivo a tutti i potenziali sottoscrittori di PIR: chiedete a coloro che scelgono le imprese dove investire i vostri soldi quali conoscenze e metodologie usano per valutare le imprese su cui investire. Domanda difficile a farsi? Allora, messaggio a tutti coloro che parlano di educazione finanziaria. Dovreste iniziare a parlare di educazione strategica.


domenica 9 aprile 2017

Decostruire la competitività

di
Francesco Zanotti

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Ha senso usare parole senza senso? Ovviamente no! Eppure … Una delle parole che hanno meno senso è la parla “competitività”. Eppure è diventata la parole di riferimento per ogni strategia e proposta.

Perché facciamo le riforme? Ma per la competitività ovviamente. Perché ci serve l’Europa? Ma per la competitività, ancora una volta ovviamente. Perché facciamo ricerca, perché … sempre per la competitività!
Ma cosa vuol dire “competitività”? Provi il lettore che la usa e la osanna, alla quale affida il senso ultimo dei suoi “pensieri, parole ed opere” a darne una definizione … ovviamente universale perché viene usata in ogni dove e in ogni quando. Si troverà in palese difficoltà, spesso in autocontraddizione.
Oggi sulla “Domenica” del Sole24Ore Roberto Casati parla del ruolo del filosofo. E sostiene che è certamente anche un ruolo “linguistico”: aiutare a decostruire le espressioni che stanno perdendo di senso. E generare nuove espressioni perché è solo con nuovi linguaggi che si costruisce un nuovo mondo.
Noi abbiamo un bisogno folle di “decostruire” la parola competitività che sta bloccando ogni discorso sul futuro in una retrivo tentativo di migliorare il passato.
Cosa sostituiamo a “competitività”? Ma la parola “imprenditorialità”, con un senso molto preciso. L’imprenditorialità è costruire nuovi mondi non “leticare” per sopravvivere in un mondo che si sta spegnendo. Perché è proprio questo il significato ultimo che si è sedimentato sulla parola competitività: una strategia di profonda conservazione del passato e di affannoso rifiuto del futuro.